Secondo due studi convergenti, tutte le regioni climatiche e i biomi sono esposti a livelli sostanziali di novità ecologica

Tornate nel bosco o sulla spiaggia che frequentavate da ragazzi: qualcosa è cambiato, ma non sapete dire cosa. A fine luglio, Nature Climate Change e Nature Ecology & Evolution hanno dato un nome e un numero a questa sensazione: la novità ecologica. Secondo Kerr e colleghi, il 58% della biosfera terrestre è esposto a livelli elevati di novità. Non è un’impressione soggettiva, ma la condizione prevalente del pianeta.

Quella strana familiarità di un paesaggio che non c’è più

Chi osserva un giardino, una costa o una riserva naturale percepisce che gli equilibri si sono spostati, ma spesso non riesce a indicare il momento esatto del cambiamento. Già nel 2019, secondo Heger e colleghi, la novità ecologica è stata proposta come concetto ombrello: comprende sia i luoghi che vivono condizioni esterne ai loro riferimenti storici, sia gli organismi che si trovano fuori dal loro passato evolutivo.

La sensazione ha basi materiali precise. Secondo Toth e colleghi, la composizione delle barriere coralline delle Florida Keys è rimasta relativamente stabile per 8.000 anni prima di subire un cambiamento senza precedenti nell’ultimo mezzo secolo. Secondo Fastovich e colleghi, la vegetazione risponde ai cambiamenti climatici su scale centenarie e millenarie, ma non su tempi inferiori a 150 anni: i ritardi possono durare secoli. E secondo Tan e colleghi, i cambiamenti dello stato oceanico sono aumentati negli ultimi 60 anni per fattori di stress legati al clima. Il paesaggio che ricordiamo non è in ritardo: in molti casi è già altrove.

Il 58%: quando il nuovo è già la norma

Il numero che dovrebbe farci smettere di trattare la novità come un’eccezione arriva da due studi convergenti. La versione pubblicata su Nature Ecology & Evolution stima che il 58% della superficie terrestre totale è esposto a livelli elevati di novità ecologica totale; secondo Kerr e colleghi, tutte le regioni climatiche e i biomi sono esposti a livelli sostanziali. In altre parole, non esiste una zona climaticamente o biologicamente protetta dalla novità: la maggioranza del pianeta vive già in condizioni senza precedenti.

Questa percentuale non è astratta. Da tempo chi studia questi fenomeni parla di cambiamenti abiotici e biotici potenzialmente irreversibili che hanno portato al superamento di soglie e alla formazione di sistemi ecologici nuovi. La loro diffusione, soprattutto sulla terraferma, e il continuo cambiamento ambientale mettono in discussione l’obiettivo tradizionale del ripristino: riportare un ambiente a uno stato storico non ha più molto senso quando quel riferimento storico è scomparso o continua a spostarsi.

Il caso delle barriere coralline lo mostra in modo netto: otto millenni di stabilità, poi cinquant’anni di svolta. Se la vegetazione impiega secoli a rispondere e gli oceani sono sotto stress, pretendere di riportare ogni sito al suo passato è come inseguire una fotografia che non esiste più. E non è solo una questione scientifica: come si legge in un commento sullo stesso tema, i cambiamenti rapidi dovuti al clima avranno effetti sociali crescenti in tutto il mondo.

Adattarsi invece di restaurare: le scelte che toccano a noi

Per chi gestisce un’impresa agricola o turistica, per chi progetta infrastrutture o amministra un territorio, la lezione pratica è più scomoda di quanto sembri. Se il 58% della superficie è già esposto a livelli elevati di novità, ogni piano che punta a restaurare il paesaggio di prima rischia di produrre costi senza risultati. Non è un invito a non fare nulla: è la constatazione che l’azione va ricalibrata.

La mitigazione e l’adattamento climatico non sono neutri. Come evidenziato da altri interventi del medesimo numero, le stesse misure con cui rispondiamo al clima generano a loro volta ulteriore novità ecologica. Ogni scelta di adattamento diventa parte del nuovo ambiente, non una parentesi. Non possiamo scegliere se produrre novità, possiamo scegliere come abitarla.

Il pianeta che conoscevamo non tornerà. La prima mossa concreta, per cittadini e imprese, è smettere di inseguire un passato che non esiste più e cominciare a valutare ogni intervento chiedendosi non «come lo riporto a prima?», ma «quale nuovo equilibrio sto contribuendo a creare?». La novità ecologica non è un’anomalia: è la base di partenza.