Etichette e tassa carbonio riducono emissioni come la sola tassa, ma con aliquota dimezzata

Proprio in queste settimane, tra gli scaffali di diverse catene britanniche, iniziano ad apparire punteggi ecologici fronte-pacco. A promuoverli è Foundation Earth, la no-profit sostenuta da Nestlé, M&S, Sainsbury’s, Co-op, Tyson Foods e da EIT Food dell’UE: l’annuncio era arrivato all’inizio di luglio, il lancio è scattato a settembre. La domanda non è se li vedremo, ma se cambieranno davvero il carrello e il conto del clima. È la stessa domanda a cui ha provato a rispondere uno studio dell’Università di Trento, firmato da Marco Tomasi e Michela Faccioli.

Il dubbio davanti allo scaffale

Partiamo dall’atto più banale: scegliere cosa mettere nel carrello. Oggi quella scelta è guidata dal prezzo, dall’abitudine e a volte dalla fretta. Le etichette ecologiche aggiungono un dato in più: quante emissioni si nascondono in un prodotto. Non è un’idea nuova: già nel 2007 il Carbon Trust lanciava la prima verifica di un’etichetta di impronta di carbonio con uno standard pubblico. Da allora i tentativi si sono moltiplicati, ma il dubbio resta: un punteggio sulla confezione basta a cambiare davvero le scelte di acquisto?

Qualche indizio c’è. Il cibo che consumiamo è responsabile di circa un quarto di tutte le emissioni di gas serra prodotte dall’essere umano; secondo Our World in Data, il 25-30% delle emissioni globali arriva dai sistemi alimentari e la quota sale a circa un terzo includendo tutti i prodotti agricoli. In passato, l’introduzione di etichette di impronta di carbonio è stata associata a una riduzione del 4,3% delle emissioni medie per pasto. Un segnale che l’informazione, da sola, qualcosa muove. Ma quanto vale davvero rispetto a uno strumento più duro come una tassa?

Etichetta, tassa o tutte e due? Il confronto che non ti aspetti

Lo studio dell’Università di Trento ha messo a confronto tre strade: solo etichette, solo tassa, tutte e due. I numeri, espressi in sterline, raccontano una storia controintuitiva. Le sole etichette ecologiche riducono l’impronta carbonica del carrello della spesa del 5,6 per cento: non è poco per uno strumento che non obbliga nessuno. Una tassa sul carbonio da sola, ipotizzata a 60 sterline per tonnellata di anidride carbonica, fa di più — riduce le emissioni del 9,8 per cento — ma ha un costo economico diretto di circa 79 sterline a persona all’anno.

Il dato più interessante arriva dalla combinazione. Tassa ed etichette insieme generano un effetto sinergico: si ottiene la stessa riduzione delle emissioni di una tassa piena, ma dimezzando l’aliquota fiscale — 27,86 sterline contro 60. E non è solo contabilità pubblica: l’approccio integrato, secondo i calcoli dei ricercatori, genererebbe un guadagno sociale netto di 13,20 sterline a persona all’anno, circa il doppio rispetto alla sola tassa sul carbonio. In pratica, le etichette permettono di abbassare il prezzo economico e politico della riduzione delle emissioni senza rinunciare al risultato.

Chi paga il conto (e come non farlo pagare sempre ai soliti)

Quei numeri hanno un volto. Le famiglie con un alto consumo di carne hanno le maggiori emissioni di carbonio: 4,78 tonnellate di CO2 equivalente a persona all’anno, quasi il doppio dell’impronta media delle famiglie. All’estremo opposto, vegetariani e vegani arrivano a circa una tonnellata di CO2e a testa. La forbice è ampia, ed è qui che la tassa sul carbonio mostra il suo lato fragile.

Come spiega Marco Tomasi, le tasse sul carbonio hanno in genere una limitata accettazione pubblica e tendono a gravare soprattutto sulle famiglie meno abbienti. Ma c’è una via d’uscita concreta: sempre secondo Tomasi, redistribuire i ricavi della tassa su base pro capite eliminerebbe di fatto le disuguaglianze legate alla sua attuazione, aumentando l’equità della politica. Tradotto: chi consuma più prodotti ad alto impatto paga di più, ma il ricavato torna a tutti in parti uguali, invece di finire in un calderone indistinto.

Nel frattempo la corsa delle aziende è già partita. Quorn, il produttore di alternative alla carne, ha iniziato già nel 2020 a mettere i dati sul carbonio su alcuni dei suoi prodotti, con l’obiettivo, dichiarato nei mesi scorsi, di estenderli a tutta la gamma entro la fine dell’anno. Non è un obbligo di legge: è una scommessa sul fatto che i consumatori, con più informazioni, sposteranno almeno una parte della spesa.

La transizione alimentare non si decide solo nelle politiche: si decide nel carrello. Le etichette sono il modo meno costoso per fare i conti con la propria impronta; il resto dipende da come i governi useranno i dati e i ricavi. La prossima volta che trovi un punteggio ecologico, non chiederti solo se è giusto: chiediti quanto ti costerebbe non averlo.