La metà delle aziende honduregne non ha georeferenziato i propri terreni per dimostrare l’assenza di deforestazione

Quando al bar chiedete un espresso, difficilmente pensate alla mappa catastale della piantagione. Eppure, dal primo gennaio 2027, sarà quella mappa a decidere se il caffè può entrare in Europa. A quella data scatterà l’applicazione del regolamento europeo sulla deforestazione (EUDR): potranno vendere nell’Unione solo gli agricoltori i cui terreni non sono stati disboscati dopo il 31 dicembre 2020. Il punto non è la buona volontà. Il punto è riuscire a dimostrare che la piantagione non ha toccato la foresta. E i dati raccolti in Centroamerica dicono che su questo le cose sono molto indietro.

La mappa che manca all’appuntamento del 2027

Ma quante piantagioni hanno davvero questa mappa? Poche, almeno in Honduras, uno dei principali fornitori di caffè del mondo. Lo scorso maggio, secondo uno studio visionato da Mongabay sull’applicazione dell’EUDR, solo il 44% dei coltivatori di caffè honduregni sapeva che cosa fosse il regolamento, e appena uno su tre aveva completato un corso di formazione. Il divario tra la scadenza europea e la preparazione reale dei produttori è ampio, e non si colma con la sola informazione.

Per essere in regola, infatti, non basta sapere che la legge esiste: bisogna georeferenziare il terreno, cioè avere una mappa che dimostri che il terreno non è stato disboscato dopo il 31 dicembre 2020. E qui i numeri si fanno più duri. Secondo Basilio Fuschich, presidente dell’associazione degli esportatori di caffè honduregni (ADECAFEH), solo la metà delle 44.200 aziende associate è stata georeferenziata. In pratica, una piantagione su due non ha ancora gli strumenti per dimostrare la propria storia: per la legge europea è come se il suo caffè non esistesse.

Se manca la mappa, cosa succede al caffè che beviamo ogni giorno? Semplice: quel caffè, senza prove, resta fuori dall’Europa. Non perché sia migliore o peggiore di un altro, ma perché il produttore non ha potuto documentare che il terreno non è stato disboscato dopo il 31 dicembre 2020. È un problema burocratico che rischia di avere conseguenze commerciali concrete, con un paradosso: chi non ha mai disboscato potrebbe essere escluso non per colpa, ma per mancanza di strumenti.

Il peso dell’Europa sulla tazzina

La risposta arriva dai numeri del commercio. L’Honduras vende il 69% del suo caffè all’Europa. Nel 2023, metà del caffè esportato dall’Honduras e un quinto di quello guatemalteco era destinato all’Unione Europea, secondo i dati della FAO. L’Europa è il primo cliente, in diversi casi quello da cui dipende un’intera filiera. Eppure è proprio il cliente più importante a rischiare di chiudere la porta.

Secondo gli analisti della Banca Mondiale, il regolamento rischia di escludere dal mercato UE i piccoli agricoltori poveri e privi di attrezzature, quelli che non hanno i mezzi per documentare il loro status di deforestazione zero. Per chi compra caffè al supermercato, il risultato possibile non è il bar che chiude, ma uno scaffale con meno origini, costi di conformità che si scaricano sul prezzo finale e qualche produttore che esce dal mercato europeo. La stessa Europa che compra tanto caffè rischia di chiudere la porta a chi non può dimostrare la propria storia.

Tre strati di satelliti per correggere la rotta

Non tutto è perduto: esistono già strumenti per colmare il divario. Solidaridad, per esempio, usa tre diversi strati di dati satellitari, che hanno ridotto il tasso di errore dal 90% al 22% nella verifica delle piantagioni. In Honduras è stata sviluppata anche la piattaforma DIASCA, co-sviluppata da CIAT, Becamo, IHCAFE e GIZ. La domanda non è se questi strumenti basteranno, ma se arriveranno in tempo a chi ne ha più bisogno.

Prepariamoci a un caffè più rintracciabile: dal 2027, la tazzina avrà un indirizzo. Se manca, resterà fuori. Chi compra caffè può aspettarsi etichette più precise e, forse, qualche origine in meno sullo scaffale.