La proposta di destinare metà della spesa pubblica alimentare ai produttori locali ricalca il modello francese della legge EGalim
Cinquantaseimila ettari. È la superficie agricola scomparsa attorno alle città inglesi dal 2010, un’area pari a Leeds. Due mesi dopo l’annuncio di Andy Burnham, il numero che ribalta il racconto è un altro: circa 1 miliardo di sterline all’anno, secondo una nuova ricerca della CPRE (Campaign to Protect Rural England) pubblicata a luglio. La cifra misura quanto potrebbe arrivare agli agricoltori britannici se il settore pubblico comprasse metà del proprio cibo da produttori locali e sostenibili.
Leeds, cancellata dalla mappa agricola
Il punto di partenza non è una previsione, ma una perdita già misurata. La ricerca della CPRE pubblicata l’anno scorso ha contato più di 1.700 aziende agricole sparite dai margini di città e paesi inglesi dal 2010. In superficie, sono 56.000 ettari di terreno agricolo: un’area paragonabile alla città di Leeds. Non è un dato marginale: parliamo della fascia periurbana, quella che per distanza e logistica sarebbe più semplice collegare a mense scolastiche, ospedali e uffici pubblici. La domanda che resta aperta è perché queste fattorie stiano sparendo.
Il paradosso dell’affare globale: spendiamo 5 miliardi e compriamo lontano
La risposta non è solo nel prezzo della terra. È nel modo in cui il pubblico compra. Ogni anno il settore pubblico britannico spende circa 5 miliardi di sterline in approvvigionamento alimentare; di questi, 2,4 miliardi riguardano specificamente l’acquisto di cibo. Per anni la logica prevalente è stata quella dell’affare a basso costo, anche a migliaia di chilometri di distanza. Andy Burnham ha attaccato un sistema di approvvigionamento che per troppo tempo ha inseguito «affari a basso costo in tutto il mondo, invece di aiutare i nostri fornitori britannici a diventare più stabili e competitivi». Tradotto in pratica: quando una mensa scolastica sceglie il fornitore più economico, il risparmio immediato può nascondere un costo non contabilizzato, cioè la scomparsa della produzione agricola vicina.
Il paradosso sta nei due numeri messi in fila: da un lato circa 5 miliardi di sterline l’anno per il cibo pubblico, dall’altro 1.700 aziende agricole periurbane scomparse dal 2010. Se il prezzo è l’unico criterio, la vicinanza non vale nulla; e se la vicinanza non vale nulla, la fascia agricola attorno alle città si restringe. Già nel 2024, il manifesto laburista aveva promesso di invertire la rotta, impegnandosi a reperire metà del cibo del settore pubblico da fornitori locali o da chi rispetta standard ambientali più elevati. L’obiettivo politico esiste quindi da due anni: manca la stima di quanto denaro si muoverebbe davvero e, soprattutto, di quanto sarebbe vincolante.
Un miliardo all’anno (e la Francia l’ha già messo per legge)
Quei flussi di denaro hanno un valore preciso. Se il governo reindirizzasse metà del budget pubblico per il cibo verso l’agricoltura sostenibile, secondo i calcoli della CPRE, si aggiungerebbero tra 0,9 e 1,1 miliardi di sterline all’anno ai 2 miliardi che il governo ha già destinato ogni anno all’agricoltura sostenibile fino al 2030. È una stima, non una certezza: dipende da quante amministrazioni aderiranno e da come verrà definito il perimetro «locale». Ma la grandezza è chiara.
Il confronto con la Francia non riguarda solo la percentuale. Già nel 2018, la legge EGalim francese ha fissato per la ristorazione collettiva pubblica una soglia obbligatoria del 50% in valore di prodotti sostenibili. Non un obiettivo indicativo, ma un vincolo: significa che un’amministrazione non può limitarsi a dichiarare buone intenzioni, deve costruire gare e contratti intorno a quella quota. È esattamente il passaggio che nel Regno Unito non è ancora avvenuto.
Nei prossimi mesi non conterà tanto la quota del 50%, quanto la decisione di trasformarla in una soglia vincolante sul modello EGalim. Se non accadrà, il miliardo di sterline resterà una stima e i 56.000 ettari persi un’unità di misura destinata a ripetersi.




