Quattro rinvii del Consiglio di Stato finiscono davanti ai giudici europei, che li tratteranno come caso unico fino alla sentenza.

Dallo scorso luglio, per chi produce energia da fonti rinnovabili la voce «extraprofitti» non è più solo una questione discussa nei ricorsi: è un procedimento che si è messo in moto davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Il procedimento sulla disciplina italiana degli extraprofitti dei produttori di energia rinnovabile è entrato nella fase operativa. E non come caso isolato: come ha comunicato Assoidroelettrica, la Cancelleria della Corte ha notificato le cause pregiudiziali da C-878/25 a C-881/25, originate da quattro rinvii disposti dal Consiglio di Stato. In pratica, il fascicolo si è aperto, le parti sono state avvisate e la macchina processuale europea ha cominciato a girare.

Per chi ha già versato somme a titolo di extraprofitti o le ha accantonate in bilancio, questo passaggio non è un formalismo: è il momento in cui una richiesta che magari non torna finalmente esce dalle aule italiane e arriva davanti ai giudici chiamati a interpretare le regole europee sull’energia.

Il paradosso degli extraprofitti verdi

Per capire cosa significhi, basta guardare chi ha acceso la miccia: quattro rinvii disposti dal Consiglio di Stato. Non uno, non due: quattro procedimenti distinti che finiscono sullo stesso tavolo europeo. Il fatto che sia proprio il giudice amministrativo d’appello a rivolgersi alla Corte di Giustizia — e a farlo quattro volte — dice molto sulla delicatezza della questione: i dubbi sulla disciplina italiana degli extraprofitti non arrivano da singoli ricorrenti isolati, ma dai giudici che devono applicarla. Ma perché quattro cause diverse sono finite sullo stesso tavolo? La risposta è meno tecnica di quanto sembri.

Quattro procedimenti, un unico giudizio

La risposta sta in una mossa processuale che dice molto. Il Presidente della Corte di Giustizia ha disposto la riunione delle cause — dalla C-878/25 alla C-881/25 — per tutte le fasi del procedimento, scritta, orale e per la sentenza finale, al fine di garantire una trattazione unitaria e coerente della complessa materia.

Tradotto in pratica: il Presidente della Corte ha scelto di non trattare i quattro procedimenti come questioni separate, ma come un’unica domanda. È una mossa che dice molto, perché una trattazione unitaria significa che la risposta europea sulla disciplina italiana degli extraprofitti sarà, almeno nelle intenzioni, una sola: nessuna corsia preferenziale per un singolo caso, nessuna contraddizione possibile tra esiti diversi. Per un produttore che ha versato o accantonato somme, questo vuol dire che il verdetto di Lussemburgo avrà una portata generale, non limitata al singolo ricorso che ha dato origine al rinvio. La riunione fino alla sentenza finale, poi, è ancora più significativa: non si tratta di una semplice gestione in parallelo dei fascicoli, ma della scelta di arrivare a un’unica decisione che vale per tutti.

Prima di immaginarne gli effetti, però, serve ricordare che questa storia viene da lontano.

Il precedente che pesa e cosa aspettarsi

E viene da lontano davvero. Già nel gennaio 2023, a fronte degli appelli presentati da Arera e GSE, il Consiglio di Stato aveva sospeso le sentenze del TAR, accordando prevalenza alle ragioni dell’erario. In altre parole, siamo già passati da una fase in cui i produttori sembravano averla vinta davanti ai giudici amministrativi di primo grado, salvo poi vedere tutto sospeso in appello. È un precedente che pesa, perché racconta un’altalena di pronunce: prima le sentenze favorevoli ai ricorrenti, poi il blocco deciso dal Consiglio di Stato con un saldo favorevole all’erario.

Ora tocca a Lussemburgo. Chi ha pagato o accantonato somme può solo tenere d’occhio una decisione che, per la prima volta, non sarà più solo italiana. La riunione delle cause decisa dal Presidente della Corte dice che la partita non è chiusa: può riscriversi, e con lei i conti degli extraprofitti già versati o accantonati. Conviene seguire i prossimi passi della Corte con l’attenzione di chi ha qualcosa da perdere — o da recuperare.