Multinazionale lascia impegni net-zero e anti-deforestazione, ma la nuova sede olandese apre la via al contenzioso.
Nel 2021 JBS emetteva un’obbligazione sustainability-linked da 1 miliardo di dollari, legata alla riduzione dell’intensità delle emissioni di gas serra. Nel 2019 i suoi funzionari sostenevano che la produzione globale di manzo, maiale e pollo avesse un impatto climatico minimo o nullo. Ora quegli impegni non esistono più, e per la prima volta un’azione legale per dovere di diligenza climatica punta una società della carne, non un produttore di petrolio. È la traiettoria ricostruita nei giorni scorsi da Andrea Barolini su LifeGate, in un’analisi che unisce finanza, diritto e prezzi alimentari.
Un miliardo di dollari, zero impegni
Quella cifra — un miliardo di dollari raccolto sul mercato — era vincolata proprio alla riduzione dell’intensità delle emissioni nelle operazioni globali. Lo documenta il report di assurance di JBS. Eppure, nel 2019, i funzionari dell’azienda affermavano che la produzione globale di manzo, maiale e pollo avesse un impatto climatico minimo o nullo. Il contrasto non è un dettaglio di comunicazione: mostra quanto le affermazioni pubbliche abbiano viaggiato a velocità diverse rispetto agli impegni finanziari.
Da allora la posizione si è spostata in modo netto. JBS ha abbandonato gli impegni net-zero e contro la deforestazione, secondo Greenpeace. Per chi ha sottoscritto il bond nel 2021, il punto non è solo ambientale: è la coerenza tra ciò che l’azienda vende sul mercato e ciò che fa nei pascoli.
Dalle fossili ai pascoli
La risposta a come si sia arrivati dal bond alla causa legale sta in un passaggio di sede. Nel giugno 2025 JBS si è ricostituita come società olandese e si è quotata al New York Stock Exchange, spostando la sede principale da São Paulo, come ricostruito dalla testata olandese DutchNews. Prima della quotazione, Greenpeace aveva avvertito gli azionisti che, una volta arrivata nei Paesi Bassi, avrebbe ritenuto la società responsabile secondo la legge locale.
Il fatto non è solo societario. È il presupposto giuridico che ha permesso di spostare il contenzioso climatico dai combustibili fossili al sistema alimentare. A luglio, la multinazionale della carne ha fronteggiato una sfida legale sulle credenziali ambientali del suo piano di espansione. Secondo il Guardian, i gruppi della società civile affermano che non ci sono prove di valutazioni d’impatto o consultazioni comunitarie per quel piano.
Ed è qui che il caso diventa un precedente. Fino ad ora, azioni legali simili per dovere di diligenza climatica erano state intentate solo contro compagnie di combustibili fossili. Con JBS, per la prima volta, il dovere di diligenza si applica al sistema alimentare. Se il precedente regge, la domanda non riguarderà più soltanto il petrolio: riguarderà chi produce carne, latte, soia.
Climateflation: il prezzo che arriva al carrello
La posta in gioco non è solo reputazionale. Si chiama climateflation l’inflazione dovuta agli eventi climatici estremi e, come ha ricostruito LifeGate nei giorni scorsi, numerosi beni alimentari vedranno i prezzi salire fortemente. Il caso JBS può essere letto anche in questa luce: se il contenzioso climatico apre un fronte sulla carne, il rischio legale si somma al rischio fisico, e il mercato dovrà prezzare una variabile nuova.
Nei prossimi mesi il numero da tenere d’occhio non è soltanto l’esito della causa. È la velocità con cui la climateflation si rifletterà sui prezzi dei beni alimentari. Se il dovere di diligenza climatica ora vale per la carne, il mercato dovrà prezzare un rischio nuovo.




