FAO e WFP chiedono 202 milioni di dollari per proteggere quasi 9 milioni di persone in 22 paesi ad alto rischio.

Quando i campi restano secchi per mesi, il prezzo del mais sale e la cena si fa più magra. È la storia che si ripete nel Sahel, in Africa meridionale, in Asia e in America centrale: non un’alluvione improvvisa, ma una lenta sottrazione di acqua, raccolti e margini di sopravvivenza. Non è un racconto lontano, né una fatalità: è ciò che è già accaduto nell’ultimo ciclo di El Niño. Secondo l’analisi della FAO sui rischi per l’agricoltura, tra il 2023 e il 2024 El Niño ha provocato nell’Africa meridionale la peggiore siccità in oltre un secolo, lasciando 61 milioni di persone bisognose di assistenza.

La stessa tempesta, gli stessi tetti

El Niño non è un colpo di sfortuna, né un evento isolato. I cicli colpiscono ripetutamente le stesse regioni: Sahel, Africa meridionale, Asia e America centrale. Sono aree in cui i rischi per l’agricoltura sono più alti quando El Niño entra in gioco. Non serve indovinare dove colpirà il prossimo evento: la geografia del rischio è già scritta nelle stagioni passate, e le conseguenze sono le stesse ogni volta — raccolti persi, prezzi alimentari che salgono, famiglie costrette a ridurre i pasti.

Il precedente è un monito. L’El Niño del 2023-24 è stato uno dei cinque più forti mai registrati e ha contribuito alle temperature globali record del 2024. Nell’Africa meridionale ha prodotto la peggiore siccità in oltre un secolo, lo si è visto. Eppure sapere quali tetti resteranno scoperti non basta: serve agire prima che la pioggia manchi, non dopo che è già mancata.

Il vantaggio di agire un mese prima

La domanda non è se El Niño arriverà, ma se ci faremo trovare pronti. I numeri raccolti durante l’evento 2023-2024 raccontano che l’azione anticipata funziona: FAO e WFP hanno sostenuto più di tre milioni di persone, fornendo assistenza mesi prima che si verificassero gli impatti di picco. L’idea di fondo è semplice: intervenire prima della crisi, non dopo. Il vantaggio è duplice: molte famiglie non sono mai scivolate nella fame, e i soccorsi non hanno dovuto correre dietro all’emergenza a crisi già esplosa.

Il problema è la scala. A fine giugno FAO e WFP hanno lanciato il loro primo appello congiunto di azione anticipatoria, chiedendo 202 milioni di dollari per proteggere quasi nove milioni di persone in 22 paesi ad alto rischio. La cifra va letta accanto a un altro numero: nell’ultimo ciclo, 61 milioni di persone hanno avuto bisogno di assistenza nella sola Africa meridionale. Sostenere quasi nove milioni di persone ora può costare molto meno di quanto costerebbe soccorrerle dopo, quando i raccolti sono già persi e i prezzi sono già saliti.

Eppure, a distanza di oltre due mesi dal lancio dell’appello, manca ancora il grosso dei fondi. È qui che si gioca la partita: non sulla consapevolezza del rischio, ma sulla disponibilità a pagare adesso per evitare di pagare molto di più dopo.

Novembre è dietro l’angolo

Gli scenari non lasciano molto margine. Secondo l’ultimo bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale, diffuso a fine giugno, la probabilità che El Niño continui almeno fino a novembre è vicina o superiore al 90%. Non è una previsione vaga: è una soglia di certezza che già adesso dovrebbe orientare le decisioni. Non resta che scegliere se pagare prima o pagare dopo.

L’azione anticipata non è un costo, ma un investimento con una resa immediata in termini di vite, raccolti e stabilità dei prezzi. Chi segue questi dossier — governi, donatori, cittadini — può premere perché i 202 milioni di dollari chiesti da FAO e WFP arrivino prima che novembre arrivi. E può guardare al prossimo bollettino El Niño con meno rassegnazione e più calcolo.