L’organismo mondiale lanciato nel 2016 ha riunito il suo organo decisionale per affrontare la scarsità idrica in agricoltura

Chi ha un orto sa che ogni estate bisogna scegliere se innaffiare o aspettare. Lo scorso 24 luglio, lo stesso dilemma è finito in una Green Room della FAO a Roma, dove si è tenuta la Prima Assemblea Plenaria di WASAG, il Quadro Globale sulla Scarsità Idrica in Agricoltura. Non c’erano pomodori da salvare, ma i numeri che spiegano perché l’acqua in agricoltura riguarda il prezzo di ciò che compriamo.

La Green Room e l’orto dietro casa

Ma cosa è successo davvero in quella sala? Non un vertice spettacolare: un organismo nato dieci anni fa ha riunito il suo organo decisionale. WASAG era stato lanciato nel 2016 alla COP22 di Marrakesh; la plenaria di luglio è il prodotto diretto della Dichiarazione di Roma del 2024. A prendere la parola, anche in video, è stata Meike van Ginneken, inviata per l’acqua del Regno dei Paesi Bassi e vicepresidente del Comitato direttivo di WASAG, nominata dal governo olandese nel 2023. A documentare la sala c’è lo scatto di Pier Paolo Cito per la FAO.

Perché proprio ora, e perché dovrebbe importarci? La risposta sta nei numeri che l’assemblea ha messo sul tavolo.

Il 70% che decide la nostra spesa

Secondo la FAO, l’agricoltura rappresenta circa il 70% dei prelievi globali di acqua dolce. In un secolo questi prelievi sono aumentati a un tasso quasi doppio rispetto alla crescita della popolazione: non consumiamo più acqua solo perché siamo di più, ma perché ogni unità di cibo prodotta ne richiede una quota crescente. Secondo il direttore generale della FAO QU Dongyu, più di 3 miliardi di persone vivono già in aree agricole con scarsità d’acqua alta o molto alta; entro il 2050 la scarsità colpirà la vita di miliardi di persone in più.

Tradurre questi numeri in un aumento esatto della spesa non è possibile: dipende da troppe variabili. Ma la direzione è chiara: se le aree dove si coltiva il cibo sono le stesse dove l’acqua comincia a scarseggiare, l’acqua smette di essere un costo fisso e diventa un fattore di rischio prezzo. Il punto non è se l’acqua mancherà, ma come cambierà il modo in cui produciamo e compriamo cibo.

Dalla plenaria al carrello

Da quei numeri, però, il passo verso la vita quotidiana è più corto di quanto sembri. Se l’agricoltura assorbe circa il 70% dei prelievi, ogni miglioramento di efficienza idrica nei campi ha effetti sulla stabilità dei prezzi. Per le imprese alimentari, premiare chi produce con meno acqua non è una scelta etica: è un modo per evitare che il costo dell’acqua si trasformi in prezzi più alti o in scaffali vuoti. Per chi compra, cambia soprattutto la variabile della provenienza: un prodotto coltivato in aree sottoposte a forte stress idrico tenderà a costare di più o a essere meno disponibile di uno prodotto con sistemi che consumano meno acqua.

Resta da chiedersi chi pagherà il conto. Finora, in molti casi, la scarsità d’acqua pesa sui produttori più esposti; nel tempo tenderà a trasferirsi sui listini al dettaglio. Non è una previsione catastrofica: è il modo in cui un fattore produttivo che diventa scarso entra nel prezzo.

La scarsità d’acqua, insomma, non è un problema degli altri. Si traduce in cosa mettiamo nel piatto e in quanto lo paghiamo. È lecito aspettarsi che le filiere alimentari premino l’efficienza idrica e che la provenienza del cibo diventi una variabile sempre più importante nelle scelte d’acquisto. Chi oggi deve decidere se innaffiare l’orto o aspettare, in fondo, sta facendo lo stesso calcolo che a fine luglio è finito sul tavolo della Green Room della FAO.