La modifica dell’habitat non sarà più considerata un danno, ma due cause federali ne chiedono l’annullamento

Un’impresa edile ha messo gli occhi su un’area al confine con un bosco dove nidifica una specie protetta. Fino a luglio, il consulente avrebbe detto: se il cantiere modifica l’habitat, il progetto può fermarsi. Dal 14 settembre, almeno sulla carta, quel vincolo sparisce: il Fish and Wildlife Service e il National Marine Fisheries Service hanno emanato, lo scorso 14 luglio, la regola finale che rescinde la definizione di “harm” ai sensi dell’Endangered Species Act. Il problema è che lo stesso giorno della pubblicazione sono già partite due cause federali. Conviene davvero scavare?

Non è una domanda da manuale: è la scelta concreta di chi deve decidere se vincolare risorse, comprare terreni o avviare lavori su aree potenzialmente habitat di specie protette. Per capire se il cantiere è davvero libero, bisogna guardare cosa dice la regola nei numeri e nella sua storia.

Cosa è cambiato il 14 luglio

Il cuore del provvedimento è una rimozione formale. La definizione di “harm” è stata eliminata dai regolamenti 50 CFR 17.3 e 50 CFR 222.102. In pratica, FWS e NOAA Fisheries non tratteranno più la modifica dell’habitat come un “danno” alle specie elencate nell’Endangered Species Act. La regola finale sarà efficace dal 14 settembre 2026.

I numeri della fase consultiva sono consistenti: entro il 19 maggio 2025 i Servizi hanno ricevuto circa 358.000 commenti pubblici sulla proposta. E l’analisi economica ufficiale stima risparmi sui costi annualizzati quantificati di 361,3 milioni di dollari a un tasso di sconto del 3% e 521,0 milioni di dollari a un tasso di sconto del 7%, legati alla riduzione dei costi di pianificazione, negoziazione, mitigazione e attuazione degli habitat conservation plan.

Ma la definizione non è nata ieri. Dal 1975, la definizione regolamentare di “harm” del FWS includeva la modifica dell’habitat nel significato di “take”. La revisione del 1981 l’aveva ristretta, chiedendo che la modifica dell’habitat uccida o ferisca effettivamente la fauna selvatica compromettendo in modo significativo modelli comportamentali essenziali come riproduzione, alimentazione o riparo. Nel 1995, la Corte Suprema aveva avallato questa lettura: nella decisione Babbitt v. Sweet Home, i giudici hanno stabilito con un voto di 6-3 che la definizione di “danno” includeva la modifica dell’habitat.

I numeri, però, non dicono se la semplificazione sopravviverà alle aule di tribunale.

Perché il cantiere non può ripartire domani

E qui arriva il punto delicato: la semplificazione è già sotto attacco. Gruppi ambientalisti hanno presentato due cause federali contro la revoca della definizione di “harm”, chiedendo ai giudici di annullarla. Lo riferisce il tracker dell’Environmental & Energy Law Program di Harvard, che registra la revoca delle protezioni per l’habitat delle specie minacciate e in pericolo come già oggetto di molteplici sfide legali. Le due cause sono state depositate lo stesso 14 luglio, il giorno della pubblicazione della regola.

Da un lato c’è la posizione del Sierra Club: secondo Ben Greuel, la regola ignora la realtà che distruggere gli habitat mette le specie a rischio di estinzione e tenta illegalmente di aprire la porta ai grandi inquinatori. Dall’altro lato, il Segretario agli Interni Doug Burgum ha giustificato l’azione affermando che per anni le agenzie federali hanno abusato dell’Endangered Species Act per ostacolare l’uso legittimo del territorio e gravare su famiglie e imprese americane.

In questa situazione, la deregulation è solo apparente. L’amministrazione Trump ha annullato la norma che considerava la modifica dell’habitat come “danno” per le specie elencate, ma il provvedimento è già impugnato e le due cause chiedono ai giudici di annullare la revoca. Un eventuale blocco prima di settembre non può essere escluso. Per chi deve decidere se scavare, ampliare o costruire su un’area sensibile, il consiglio pratico è uno solo: fino alla prima udienza, ogni cantiere su habitat protetto resta una scommessa. Non è il momento di basare decisioni irreversibili su una semplificazione ancora provvisoria.