Riduzione nitrati a luglio 2025, ma il fosforo cresce: media quinquennale oltre il doppio dell’obiettivo.

A un anno dal rilevamento di luglio 2025, un numero continua a fare notizia: 4.402 miglia quadrate. Meno 30% rispetto alla media. Sembra una buona notizia, ma va letta con cautela. Il rilevamento annuale condotto da scienziati della Louisiana State University e del Louisiana Universities Marine Consortium (LUMCON) dal 20 al 25 luglio 2025 a bordo della nave da ricerca Pelican ha certificato la zona morta del Golfo del Messico. Ma se il numero sembra incoraggiante, le cause idrologiche raccontano una storia diversa.

Il -30% che non ti aspetti

Partiamo dal dato. La zona morta del Golfo del Messico nel 2025 ha misurato 4.402 miglia quadrate, circa il 30% in meno rispetto alla media, la quindicesima più piccola mai registrata. Rispetto alla media quinquennale, ora ferma a 4.755 miglia quadrate, il calo è effettivamente rilevante. Ma il contesto storico aiuta a ridimensionare l’entusiasmo. Nel 2017 la zona morta aveva raggiunto il suo massimo storico con 8.776 miglia quadrate, la più grande mai misurata. In altre parole: la zona morta oscilla, e una misurazione favorevole non implica una tendenza. Per capire se il 2025 è un’anomalia o un segnale, bisogna guardare a ciò che scorreva nei fiumi a maggio.

Il paradosso idrologico dietro il dato

A maggio 2025, la portata dei fiumi Mississippi e Atchafalaya era circa il 29% superiore alla media di lungo periodo calcolata tra il 1980 e il 2024. Più acqua dovrebbe, sulla carta, trasportare più nutrienti. Invece i carichi di nitrati erano circa il 24% inferiori alle medie di lungo termine. Fin qui, una spiegazione plausibile per la zona morta più piccola.

Il problema è il fosforo. Nello stesso maggio 2025, i carichi nei fiumi Mississippi e Atchafalaya erano circa il 31% superiori alla media di lungo periodo. In pratica, il calo di un nutriente è stato compensato dall’aumento di un altro. E il quadro è aggravato dal cambiamento climatico: l’acqua oceanica più calda trattiene meno ossigeno, rendendo il problema delle zone morte più difficile da gestire, non più semplice.

Il Golfo del Messico resta un caso di scuola perché ospita una delle più grandi zone morte costiere del mondo. Per confronto, il Mar Baltico, con circa 70.000 chilometri quadrati, è generalmente considerato la più grande al mondo. La differenza è rilevante: nel Golfo la misurazione annuale è sistematica e il dibattito pubblico acceso. Ma la presenza di record favorevoli o sfavorevoli non cambia la sostanza: la zona morta è un fenomeno strutturale, non un incidente.

La media che resta un conto aperto

Se il dato 2025 è figlio del caso idrologico più che di una strategia, il conto economico resta tutto da pagare. La zona morta costringe i pescatori a spingersi più lontano dalla costa, perché le specie commerciali migrano per evitare le acque povere di ossigeno. Più distanza significa più tempo, più carburante, più costi. Secondo stime della National Oceanic and Atmospheric Administration, la zona morta costa alle industrie statunitensi del pesce e del turismo 82 milioni di dollari all’anno. Non è un dettaglio: è una voce di costo strutturale.

E pesa tanto quanto il divario che separa la media quinquennale dall’obiettivo. La media di 4.755 miglia quadrate è più del doppio del target di 1.900 miglia quadrate fissato dalla Hypoxia Task Force per il 2035. Le grandi zone morte comportano anche una perdita estesa di habitat per diverse specie ecologicamente ed economicamente importanti, con effetti a catena sulle stesse industrie.

Il dato del 2025, in sintesi, non deve illudere. La media quinquennale continua a correre a più del doppio dell’obiettivo 2035, e i costi economici restano. Da tenere d’occhio i carichi di fosforo, tornati sopra le medie di lungo periodo, e il prossimo rilevamento. Una rondine non fa primavera, e una zona morta più piccola non fa una strategia.