Il presidente Lula ha criticato l’agenzia per i ritardi, favorendo poi una licenza che ribalta anni di rifiuti
A gennaio 2026 le trivelle della Petrobras hanno cominciato a perforare il fondale del Margine Equatoriale, a circa 150 chilometri dalla costa dove il Rio delle Amazzoni si getta nell’Atlantico. Nessun annuncio trionfale, nessuna cerimonia: solo il rumore sordo delle macchine. Il via libera, in realtà, era arrivato mesi prima – nell’ottobre 2025 – quando l’Ibama aveva concesso la licenza ambientale, come ricostruito da un’inchiesta di Mongabay. Un atto amministrativo che ribalta un decennio di cautele. Nel 2017, la stessa agenzia aveva respinto lo studio di impatto ambientale della francese Total per un’operazione simile. Stesso fondale, stessa barriera corallina, stesso rischio di sversamenti. Cosa è cambiato, in otto anni? Dietro il sì di oggi c’è una storia di pressioni politiche, di un’istituzione piegata alle priorità del palazzo e di un ambiente marino unico al mondo che adesso trema.
La decisione e i vincitori
Dietro quel rumore di trivelle c’è una vittoria politica. La licenza dell’ottobre 2025 non è stato un atto dovuto, ma la conclusione di un braccio di ferro che aveva visto il governo federale spingere senza risparmio. Già a febbraio 2025 il presidente Lula aveva mostrato il suo disappunto per le resistenze dell’Ibama: «Non può andare avanti questo lenga-lenga, con l’Ibama che è un organo del governo e sembra essere contro il governo». Non una critica velata, ma un vero e proprio richiamo alla disciplina. Un’agenzia ambientale, nella logica del presidente, non dovrebbe frapporsi alle scelte dell’esecutivo di cui fa parte. Il messaggio è semplice: l’Ibama stava esagerando, il petrolio serve, il Brasile lo deve estrarre.
Così, a distanza di pochi mesi, l’agenzia ha rilasciato l’autorizzazione. Petrobras ringrazia: il Margine Equatoriale promette riserve consistenti, vitali per un Paese che vuole restare un attore di primo piano nel mercato globale degli idrocarburi. E il governo incassa: sviluppo, occupazione, royalties. La retorica della conciliazione tra ambiente e sviluppo, tanto cara a Lula, si risolve in una licenza firmata. Il problema è che sotto quelle acque non c’è solo petrolio. Per capire cosa rischiamo, bisogna immergersi.
Il tesoro sommerso
A un centinaio di chilometri dalla costa, invisibile dalla superficie, si estende un ambiente marino senza equivalenti. Campi estesi di rodoliti, stelle marine, alghe calcaree, coralli e giardini di spugne secolari compongono un paesaggio che la scienza ha cominciato a documentare solo negli ultimi anni. È il sistema corallino dell’Amazzonia, un mosaico di vita che prospera in acque torbide e calme, proprio là dove le trivelle della Petrobras hanno ora acceso i motori. La ricchezza non è solo estetica: ogni metro quadrato brulica di organismi, molti dei quali ancora sconosciuti.
Ciò che rende questo habitat ancora più fragile e prezioso è il suo legame diretto con la foresta amazzonica. La piuma d’acqua dolce del grande fiume trasporta un carico di materiale organico e nutrienti che nutre la fauna marina. Secondo gli scienziati citati nell’inchiesta, si tratta di una serie di comunità interconnesse – un meta-ecosistema – in cui le mangrovie costiere fungono da nursery per molte specie che poi migrano nel reef. Rompere questo equilibrio con un’attività estrattiva prolungata significa non solo esporre il fondale a possibili sversamenti, ma anche alterare correnti, sedimenti e cicli riproduttivi. Basterebbe un incidente, o anche solo il disturbo cronico delle operazioni, per spazzare via un patrimonio biologico che la ricerca ha appena iniziato a catalogare.
Lo Stato contro sé stesso
Non è soltanto una questione di biologia marina. È, prima di tutto, una lacerazione politica e istituzionale. Quando nel 2017 l’Ibama respinse il progetto di Total, lo fece con argomenti che oggi suonano come una condanna indiretta del permesso concesso a Petrobras: l’area era giudicata troppo sensibile, gli studi insufficienti, il rischio sproporzionato. In otto anni la barriera non è diventata meno vulnerabile. Sono cambiati i rapporti di forza a Brasilia. La frase di Lula sul «lenga-lenga» dell’Ibama è diventata lo spartiacque: da quel momento l’agenzia ha smesso di opporsi e ha iniziato a obbedire.
Così si consuma un paradosso che mina la credibilità ambientale del Brasile. Se l’Ibama approva oggi una licenza che ieri avrebbe bocciato, quale peso potrà avere il suo prossimo diniego? Quando un organo tecnico viene esplicitamente richiamato a non fare «apparire» di essere contro il governo, la distanza tra valutazione scientifica e autorizzazione politica si annulla. Per il governo Lula, il petrolio è sviluppo. Per il sistema corallino amazzonico, è una minaccia che potrebbe trasformarsi in condanna definitiva. E per l’Ibama? Forse l’unica certezza è che la sua parola, la prossima volta che dirà no, non avrà più lo stesso peso.




