Mappatura del sottosuolo per la competitività industriale, da obbligo UE 2024.

Oltre trent’anni senza un programma nazionale di esplorazione mineraria. Poi, nel 2025, l’Italia ne approva uno — il Programma Nazionale di Esplorazione Mineraria — e a metà luglio inaugura la mostra “Dal sottosuolo alle tecnologie digitali e verdi” a Palazzo Piacentini. Non è una coincidenza: è il segnale che qualcosa, sotto i piedi del Paese, è tornato a muoversi.

La mostra, promossa dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy con ISPRA e Deloitte, è stata inaugurata il 16 luglio. Ma il dato che conta non è l’evento. Secondo Maria Alessandra Gallone, l’approvazione del Programma Nazionale di Esplorazione Mineraria nel 2025 segna il ritorno dell’Italia, dopo più di trent’anni, a un investimento strategico nella conoscenza e nella valutazione delle sue risorse minerarie. Il contrasto è netto: un allestimento celebrativo dentro un ministero, mentre il Paese riapre i cantieri della conoscenza mineraria dopo un’assenza lunga tre decenni.

Vale la pena di chiarire cosa questo ritorno non è. Non si parla di estrazione immediata: il programma investe in conoscenza e valutazione delle risorse, cioè il passaggio preliminare a qualsiasi ipotesi mineraria. L’ISPRA, ancora per voce di Gallone, fornisce dati e competenze che legano i minerali critici a filiere industriali precise — batterie, magneti, acciai speciali, ceramiche — essenziali per la competitività industriale. Il sottosuolo, insomma, è raccontato come infrastruttura della manifattura. Ma perché proprio ora, e con quali vincoli?

Il vincolo europeo dietro il ritorno

La risposta sta nelle carte europee. Già nell’aprile 2024, l’European Critical Raw Materials Act richiede agli Stati membri di sviluppare programmi nazionali di esplorazione, semplificare le procedure di autorizzazione e rafforzare le catene del valore dalle miniere al riciclo. Il Programma Nazionale di Esplorazione non è quindi una scelta autonoma dell’Italia: è, in primo luogo, un adempimento europeo.

Su questa base normativa si innesta la lettura politica. Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha dichiarato che il Programma Nazionale di Esplorazione — elaborato dall’ISPRA e parte del decreto sulle materie prime critiche convertito in legge — rappresenta un passo fondamentale per rilanciare il settore minerario italiano e contribuire alla sovranità industriale ed energetica del Paese. La cornice è nazionale, ma la molla è sovranazionale.

La semplificazione è il nodo. Il regolamento europeo chiede procedure di autorizzazione più snelle; il programma italiano, entrato nel decreto sulle materie prime critiche, deve tradurre quell’obiettivo in pratica amministrativa. È qui che si decide se il ritorno dopo trent’anni sarà un processo reale o solo un capitolo di relazioni ministeriali.

C’è poi una dimensione transatlantica. Lo scorso febbraio, un documento strategico di Italia e Germania inviato alla Commissione UE ha enfatizzato l’opportunità per l’Unione di collaborare strettamente con gli Stati Uniti, altri partner affini del G7+ e paesi terzi. La competizione per le materie prime critiche si gioca, in larga parte, tra blocchi. L’Italia riapre i suoi archivi minerari dentro questo solco: non da sola, non per scelta isolata.

Resta da capire se il Paese saprà trasformare un adempimento in un vantaggio competitivo. Finora il programma è soprattutto un insieme di mappe, dati e dichiarazioni. Il passaggio successivo è un’altra cosa.

Il test dei prossimi mesi

Dalle carte ai cantieri: la distanza si misura in permessi. Quante licenze di esplorazione verranno effettivamente assegnate? Quante procedure di autorizzazione saranno davvero semplificate, come chiede la normativa europea? Quante catene del valore — dalle miniere al riciclo — prenderanno forma dentro i confini nazionali? La risposta non è ancora scritta.

Il numero da tenere d’occhio nei prossimi dodici mesi è proprio questo: quante licenze di esplorazione verranno concesse. Se resterà basso, il Programma Nazionale di Esplorazione sarà stato soprattutto un adempimento europeo ben documentato. Se salirà, vorrà dire che il sottosuolo italiano è tornato a essere anche una questione economica, e non solo una mostra a Palazzo Piacentini.