Lo studio IEA-PVPS Task 13 sposta l’attenzione dalla chimica delle celle alla topologia, al firmware e alle condizioni operative reali

La prossima volta che leggete «LFP» su una scheda tecnica, fermatevi: quel dato vi dice poco su quanto renderà davvero l’accumulo accanto al fotovoltaico. Lo studio IEA-PVPS Task 13 sull’affidabilità dei sistemi di accumulo a batteria abbinati agli impianti fotovoltaici, pubblicato lo scorso 22 luglio, mette in fila le variabili che contano: topologia dell’inverter, logica di controllo, profilo operativo, temperatura, firmware. Il punto di partenza è netto: l’affidabilità non può essere valutata solo dalle specifiche iniziali, ma dipende dalla tecnologia, dall’uso reale e dall’ambiente operativo.

La chimica non basta: le variabili di sistema

Partiamo dal dettaglio che le schede tecniche non raccontano. Lo studio — firmato da Erik Stensrud Marstein, Christian Messner, Patrik Ollas, Jonathan Fagerström, Mengjie Li, Dan-Eric Archer e Roger H. French — ribalta una convinzione diffusa tra progettisti e installatori. Le prestazioni sul campo dei sistemi PV+BESS sono guidate da molto più della sola chimica delle batterie: topologia di sistema, comportamento dell’inverter, logica di controllo, profilo operativo, temperatura e firmware modellano materialmente efficienza, degrado, stima di fine vita e affidabilità di dispacciamento.

Ognuna di queste variabili agisce in modo silenzioso. La topologia decide come inverter e batteria si scambiano potenza; la logica di controllo stabilisce quando caricare e quando scaricare; il profilo operativo determina quanti cicli effettivi, e con quale profondità, il sistema affronta ogni giorno; la temperatura condiziona la velocità delle reazioni e quindi l’usura; il firmware, spesso aggiornato in corsa, può riscrivere di fatto il comportamento dell’impianto senza che nessun componente hardware cambi. È l’integrazione, non la singola cella, a fissare il rendimento sul lungo periodo.

Il contesto aiuta a capire perché questo spostamento di prospettiva arriva solo adesso. Fino ai primi anni 2020, i principali mercati delle batterie erano legati ai veicoli elettrici e agli elettrodomestici: la chimica dominante veniva da lì, non dagli impianti fotovoltaici. Oggi le batterie al litio ferro fosfato (LFP) detengono la maggiore quota di mercato dei sistemi di accumulo nel fotovoltaico, ma il punto è proprio questo: la quota di mercato misura la diffusione, non l’affidabilità operativa di un sistema integrato. Se la chimica non basta, cosa ci dicono i numeri e le garanzie del mercato?

Il mercato accelera, ma l’ispezione frena

Dalla complessità tecnica passiamo ai numeri, e sono numeri importanti. Nel 2025, le installazioni globali hanno aggiunto 104 GW e 257 GWh di accumulo a batteria, portando la capacità totale installata a 267 GW e 610 GWh. Il mercato corre, e il salto di scala è evidente nei numeri. Eppure, già a inizio 2026, l’Energy Storage Inspection 2026 mostrava un mercato in miglioramento dove le prestazioni dipendono ancora fortemente da configurazione, integrazione e controllo dei sistemi nel mondo reale. La forbice di efficienza resta ampia tra impianti nominalmente identici: la differenza la fanno il modo in cui il sistema è stato impostato, collegato e governato. La configurazione è il punto debole, non la chimica.

Anche la mossa commerciale di CATL lo conferma, in controluce. A metà luglio, un dirigente dell’azienda spiegava che la garanzia di zero degrado per cinque anni è basata sulle richieste del mercato, che tipicamente richiede interventi di manutenzione al terzo e quinto anno. Tradotto: la promessa non si regge su una chimica diversa, ma su un profilo operativo definito e un calendario di manutenzione. È la stessa logica dello studio Task 13, applicata al marketing. A questo punto resta una domanda: come si traduce in pratica per chi progetta o gestisce un impianto?

Progettare il controllo, non comprare la batteria

La risposta è un cambio di domanda. Se efficienza, degrado e stima di fine vita si decidono nel controllo e nel firmware, la domanda giusta non è «quale chimica scelgo», ma «come progetto il sistema». Significa decidere la topologia prima di firmare l’ordine, definire il profilo operativo atteso, verificare il comportamento dell’inverter e le condizioni termiche di esercizio, e trattare il firmware come un componente attivo dell’impianto, non come un dettaglio di fine progetto. La prossima generazione di impianti non si giudica a catalogo, si giudica in campo.

Per chi installa o gestisce impianti fotovoltaici con accumulo, il messaggio dello studio Task 13 è chiaro: smettete di scegliere batterie a catalogo e iniziate a progettare sistemi. La garanzia non sta nella chimica, ma nel controllo.