Dal 2004 a oggi le coppie sono scese da duemila a cinquecento, nonostante le direttive UE e gli accordi.
Nel 2004 il fratino poteva contare su quasi 2.000 coppie in Italia. Oggi ne restano circa 500. Non è una specie esotica: è un piccolo uccello che nidifica sulle nostre spiagge. E mentre l’Italia formalizza nuovi impegni internazionali, il crollo è già avvenuto. A fotografarlo è il monitoraggio dell’avifauna italiana condotto da ISPRA, finalizzato alla corretta applicazione di normative ambientali e convenzioni internazionali, come la Direttiva Uccelli dell’UE e l’Accordo sugli uccelli acquatici migratori africano-eurasiatico (UNEP/AEWA).
Il crollo silenzioso
Le cifre sono difficilmente contestabili. Secondo i dati pubblicati dalla LIPU, dalle 1.300–2.000 coppie stimate nel 2004 si è scesi a 570–691 coppie nel 2018, fino ad arrivare alle circa 500 coppie del 2023. In meno di vent’anni la popolazione italiana di fratino ha perso circa tre quarti dei suoi effettivi. Il declino non è stato improvviso: è una curva che scende da due decenni, passando per una prima drastica riduzione tra il 2004 e il 2018 e poi per un’ulteriore contrazione fino alle circa 500 coppie attuali.
E qui sta il paradosso. Il monitoraggio dell’avifauna condotto da ISPRA (cioè lo strumento che dovrebbe garantire la corretta applicazione delle norme) ha registrato il crollo mentre accadeva. Le convenzioni internazionali e la Direttiva Uccelli dell’UE non sono servite a invertire la rotta. Da un lato un Paese che sottoscrive direttive e accordi, dall’altro una specie che continua a sparire sotto gli occhi di chi quelle spiagge le attraversa ogni estate. I numeri, da soli, non bastano più: servono regole, risorse e un progetto capace di incidere davvero sulle spiagge.
Un progetto da 400 km
A fronte di questo crollo, l’Italia ha in mano un nuovo strumento LIFE. Il progetto LIFE ALEXANDRO, attivo dal 2026 al 2031, è coordinato dall’Istituto di Ecologia Applicata e coinvolge numerosi partner: ISPRA, LIPU, Legambiente, parchi regionali e nazionali, la Croatian Society for Birds and Nature Protection, il Comando Unità Forestali dei Carabinieri e l’Università di Pisa. L’iniziativa si inserisce nel quadro degli impegni internazionali assunti dall’Italia con l’Accordo sulla conservazione degli uccelli acquatici migratori afro-eurasiatici (AEWA).
La scala è ambiziosa: il progetto coinvolge 10 regioni italiane e la regione croata di Zadar, per un totale di circa 400 km di costa. È un perimetro vasto, che va ben oltre la singola spiaggia o la singola area protetta. Dieci regioni significa coordinare amministrazioni con sensibilità politiche diverse, calendari balneari differenti e una lunga lista di ordinanze locali che possono favorire o ostacolare il progetto.
Il punto, però, non è se il progetto sia ambizioso. È se riuscirà a cambiare i comportamenti quotidiani su quelle stesse spiagge. Con quali risorse e con che tempi? Sei anni di orizzonte temporale sono pochi per invertire una traiettoria che dura da due decenni. Un cane lasciato libero alle sette del mattino, una pulizia meccanica delle spiagge in piena stagione riproduttiva: la partita si gioca su un terreno minuscolo e scomodo, non su un tavolo negoziale. La presenza di tanti partner è rassicurante sulla carta, ma la vera prova sarà sul campo: quanti di quei 400 chilometri avranno davvero un presidio, un’ordinanza rispettata, un nido segnalato in tempo?
La spiaggia contesa
Il progetto ha un perimetro enorme, ma le cause del declino sono piccole e quotidiane. Il calpestamento accidentale dei nidi, i cani lasciati liberi, la pulizia meccanica delle spiagge e il disturbo continuo causato dalla presenza umana compromettono seriamente il successo riproduttivo della specie. Non serve un evento catastrofico: bastano comportamenti che si ripetono ogni estate, su ogni tratto di costa, spesso senza che nessuno se ne accorga. Il nido è un test di convivenza che non ammette rinvii: se la presenza umana è il problema, la soluzione non può che passare da una sua regolazione. Quanto siamo davvero disposti a cambiare le nostre abitudini estive?
La scommessa non è solo ornitologica: è politica. Se 400 km di costa non bastano a fermare il declino, la prossima verifica non sarà sui numeri, ma su cosa siamo disposti a cambiare.




