Bracconaggio e perdita dell’habitat minacciano una specie già fragile, con scaglie molto richieste sui mercati illegali internazionali

Era il 2012 quando, in un tunnel ferroviario nel distretto di Chakwal, in Pakistan, qualcuno fece una scoperta che ancora oggi pesa come un macigno sulla coscienza di chi si occupa di conservazione: 45 carcasse di pangolini senza squame, abbandonate come rifiuti. Un’immagine che da sola basterebbe a raccontare la brutalità del bracconaggio. Quei corpi svuotati, privati della loro armatura naturale, sono il segno più concreto di un massacro che non si è mai fermato.

Ma quella scena agghiacciante, per quanto potente, era solo un sintomo. Il punto visibile di una malattia molto più estesa, che nel corso degli anni ha continuato a corrodere una specie già fragile. Oggi, a distanza di oltre un decennio, abbiamo finalmente abbastanza dati per guardare in faccia la portata del disastro. E i numeri non mentono.

Numeri che gridano

Partiamo da una fotografia nitida. Lo scorso luglio, uno studio pubblicato sulla conservazione dei pangolini in Pakistan ha messo in fila cifre che fanno venire i brividi. Secondo il ricercatore Tariq Ahmad, che ha guidato l’indagine, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa le popolazioni di pangolino indiano sono crollate tra il 25 e il 40 per cento negli ultimi venticinque anni. Non stiamo parlando di oscillazioni stagionali o di stime ballerine: è una contrazione strutturale, che si è mangiata un terzo degli animali in un quarto di secolo.

Se ampliamo lo sguardo alla regione del Potohar, l’emorragia è ancora più evidente. I dati del WWF Pakistan mostrano che in quell’area la specie è scomparsa dall’80 per cento del suo areale storico. Otto volte su dieci, dove un tempo c’erano pangolini, adesso non c’è più traccia. È un collasso silenzioso, che rischia di passare inosservato proprio perché riguarda un animale notturno, schivo, che molti cittadini pakistani non hanno mai visto di persona.

Già nel 2000, stando alle rilevazioni sul campo, i pangolini erano presenti in molti siti del paese. Poi qualcosa si è rotto. Tra il 2021 e il 2023, i ricercatori hanno setacciato 102 aree che storicamente ospitavano la specie: segni di presenza sono stati trovati soltanto in 67 di quei luoghi. In trentacinque siti, il vuoto. Nel frattempo, uno studio pubblicato su una rivista scientifica ha identificato diverse rotte utilizzate per il commercio illegale di scaglie ed esemplari interi, mappando i canali attraverso cui questi animali vengono fatti sparire dal territorio per finire sui mercati neri internazionali.

Le proiezioni globali sono altrettanto cupe. Secondo i modelli elaborati dall’IUCN, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, la popolazione mondiale di pangolino indiano potrebbe dimezzarsi nei prossimi vent’anni. Un calo del 50 per cento in due decenni. Significa che, se non si interviene adesso, il ritrovamento del 2012 nella galleria di Chakwal rischia di diventare la regola anziché l’eccezione.

La rete che serve

Di fronte a questo declino, qualcosa si muove. Non abbastanza, forse, ma qualcosa. Il Dipartimento per la fauna selvatica del Khyber Pakhtunkhwa ha istituito quattro zone di protezione dedicate ai pangolini, tra cui siti nei parchi nazionali di Margalla Hills e Nizampur. Sono aree dove, almeno sulla carta, il bracconaggio dovrebbe incontrare una barriera più solida e i controlli dovrebbero essere più frequenti. È un passo nella direzione giusta, ma quattro zone protette in una provincia vasta quanto mezzo Portogallo sono un cerotto su una ferita che continua a sanguinare.

Guardare cosa succede oltre confine aiuta a capire quanto sia fragile l’architettura della conservazione in Asia meridionale. Il Piano d’azione nazionale per i pangolini del Nepal, per esempio, è scaduto nel 2022 e nessuno lo ha rinnovato. Un documento che doveva guidare le politiche di tutela è semplicemente andato in soffitta, vittima di priorità che cambiano e risorse che scarseggiano. Non è un buon segnale, ma almeno il vuoto normativo non è rimasto del tutto incustodito: il Gruppo Specialista Pangolini dell’IUCN, guidato per l’Asia dal conservazionista Kumar Paudel, sta lavorando alla stesura di un Piano d’azione per la conservazione dei pangolini nell’Asia meridionale. Un’iniziativa che prova a mettere ordine in un quadro regionale frammentato, dove ogni paese fa storia a sé e i bracconieri, invece, non conoscono confini.

Quello che serve, adesso, è trasformare piani e zone protette in qualcosa che funzioni davvero sul campo. I numeri del Pakistan dicono che il tempo stringe: meno 40 per cento in venticinque anni, meno 80 per cento nel Potohar, una proiezione globale di dimezzamento in due decenni. Non sono statistiche per addetti ai lavori. Sono il termometro di un ecosistema che si sta svuotando. La scomparsa del pangolino non è ancora scritta. Ogni zona protetta, ogni piano d’azione, ogni scelta consapevole può contribuire a invertire la rotta. Ma servono risorse, coordinamento e la volontà politica di non voltarsi dall’altra parte. Perché la prossima galleria piena di carcasse potrebbe essere l’ultimo avviso prima del silenzio.