Lo studio ha rilevato 160 specie ittiche nei porti, quasi il doppio rispetto alle aree naturali vicine
Prendete un porto qualunque della costa mediterranea francese a ferragosto. Ormeggi ordinati, barche a motore, qualche bagnante, l’acqua limpida ma con quel sentore di miscela che non promette nulla di buono. A prima vista non ci aspetteremmo di trovare più vita qui che nella scogliera naturale a cinque chilometri di distanza. E invece è proprio così. Analizzando 222 campioni d’acqua raccolti nell’estate del 2023 in 111 siti costieri – 20 dei quali porti turistici – un’indagine pubblicata oggi su Global Change Biology ha trovato 160 specie ittiche: quasi il doppio di quelle rilevate nei tratti di mare naturale a poca distanza. Sembra un miracolo, o almeno una di quelle notizie che fanno dire «non è poi tutto perduto». Peccato che la realtà sia più complicata, e il rovescio della medaglia molto meno rassicurante.
Un tuffo inaspettato
Lo studio porta la firma di ricercatori dell’École Pratique des Hautes Études (EPHE-PSL), del CNRS e dell’Université de Montpellier, con il supporto tecnico di SPYGEN e Andromède Océanologie, e finanziamenti dell’Agence de l’Eau Rhône Méditerranée Corse. Hanno usato una tecnica ormai collaudata: prelevare acqua di mare, filtrarla e analizzare il DNA ambientale (eDNA), cioè le microscopiche tracce genetiche lasciate da ogni organismo. Così, senza posare una rete, hanno mappato la presenza di più di un centinaio di specie di pesci lungo la costa che va dalla Provenza alla Linguadoca. Il dato che balza all’occhio è che i porti turistici, quei luoghi che immaginiamo cementificati e inospitali, brulicano di vita ittica molto più delle aree naturali adiacenti. «L’urbanizzazione costiera è un fattore sottovalutato nella riorganizzazione della biodiversità marina», spiegano gli autori. E qui arriva il campanello d’allarme.
La trappola dell’abbondanza
Quello che a prima vista sembra un tesoro di biodiversità nasconde in realtà un processo noto agli ecologi come omogeneizzazione biotica urbana. È un fenomeno ben documentato nei fiumi e nei sistemi terrestri, ma che in mare era rimasto poco esplorato. In pratica: più un ambiente viene modificato dall’uomo, più le specie che lo abitano tendono a somigliarsi, ovunque ci si trovi. Salta fuori che anche un porto, pur essendo un ambiente artificiale, offre nicchie ecologiche perfette per una serie di pesci nativi abituati al disturbo. Specie che tollerano l’inquinamento, il rumore e la scarsa qualità dell’acqua. Sono loro a trainare l’abbondanza: occupano i porti con una frequenza circa 2,6 volte superiore rispetto agli altri siti. Non sono specie aliene arrivate da chissà dove – il che potrebbe sembrare una buona notizia – ma il risultato è che le comunità ittiche stanno diventando sempre più uniformi. Se andate in barca a vela da Marsiglia a Sète, i pesci che nuotano sotto la chiglia sono sempre gli stessi. Quelli specializzati, unici, che dovrebbero popolare quel tratto di costa, arretrano. E così, silenziosamente, la ricchezza locale si trasforma in impoverimento su scala regionale.
Il meccanismo è tanto semplice quanto dirompente: i porti funzionano come filtri ecologici. Avvantaggiano le specie generaliste, che si riproducono velocemente e si adattano a tutto, a scapito di quelle con esigenze più raffinate. Moltiplicare i porti lungo la costa significa moltiplicare gli habitat favorevoli a queste poche specie dominanti, e contemporaneamente frammentare gli habitat naturali delle altre. Alla fine, la diversità complessiva cala. È un paradosso che abbiamo già visto sulla terraferma: il prato all’inglese di un residence ospita forse più merli e storni del bosco vicino, ma perde il picchio, il tasso, la fioritura spontanea. In mare succede lo stesso, solo che ce ne accorgiamo molto meno.
Il futuro in una goccia d’acqua
Fortunatamente, la stessa tecnologia che ha svelato il problema può aiutarci a gestirlo. Il DNA ambientale, l’eDNA dei prelievi d’acqua, emerge da questo studio come lo strumento più concreto per un monitoraggio a lungo termine delle comunità ittiche nei porti e lungo le coste. Non serve una spedizione oceanografica ogni volta: basta un campione d’acqua, un filtro e pochi giorni di analisi per sapere esattamente quali specie sono presenti e in quali proporzioni. È una tecnica scalabile, relativamente economica e ripetibile nel tempo – tre caratteristiche che la rendono ideale per tenere sotto controllo i cambiamenti silenziosi che avvengono sotto il pelo dell’acqua. Per i comuni costieri, le autorità portuali e gli enti di gestione ambientale, significa poter disporre di dati aggiornati per decidere dove intervenire, quali aree proteggere, come progettare nuovi porti o riconvertire quelli esistenti senza peggiorare ulteriormente la situazione.
Pensiamoci: ogni estate, nello stesso porto dove ormeggiamo la barca, potrebbe bastare un prelievo periodico per capire se la comunità ittica sta cambiando, se qualche specie sta sparendo, se l’omogeneizzazione sta avanzando. Un po’ come fare le analisi del sangue prima di accorgersi dei sintomi. Non è fantascienza: è già stato fatto su scala sperimentale, e con risultati che parlano chiaro. Il prossimo passo è trasformare questo approccio in una pratica di routine, integrata nei piani di gestione costiera. Perché aspettare di trovare solo cefali e salpe in ogni porto del Mediterraneo per accorgersi che qualcosa non va?
Anche se il mare di casa vostra sembra sempre lo stesso, sotto la superficie sta cambiando. La prossima volta che vedrete un tecnico riempire una bottiglietta d’acqua in banchina, potreste star guardando non un prelievo qualunque, ma un archivio di vita che aspetta solo di essere letto. E forse, proprio da quella lettura, verrà la decisione che farà la differenza tra un Mediterraneo ricco di diversità e uno tutto uguale.




