Nel 2025 l’Europa accelera oltre il 19%, mentre l’Italia resta sotto il 6%.
Il divario che persiste
Nel 2025, le auto elettriche a batteria hanno raggiunto il 17,4% della quota di mercato nell’Unione Europea. Lo ha certificato l’ACEA, l’associazione dei costruttori europei: un balzo di quasi quattro punti rispetto al 13,6% dell’anno precedente, un segnale di accelerazione che rende il 2025 l’anno del sorpasso psicologico per diversi grandi mercati. In Francia le vendite di elettriche hanno toccato il 20%, in Germania il 19,1%, nel Regno Unito addirittura il 23,4%. Tre paesi che insieme rappresentano una fetta enorme del parco auto continentale. Tre paesi che condividono con l’Italia infrastrutture, normative comunitarie e, spesso, anche i modelli in listino.
L’Italia, però, resta fuori da questa fotografia. Secondo un’analisi di Motus-E diffusa a marzo 2026, la quota di mercato delle auto elettriche in Italia è pari a un terzo della media UE. Poco meno del 6%, per dare un ordine di grandezza, contro il 17,4% comunitario. Non si tratta di una differenza marginale, di un ritardo fisiologico che il mercato colmerà da solo con il lancio di qualche modello in più. È una frattura strutturale, che dura da anni e che separa la Penisola dal resto dell’Europa come poche altre variabili economiche. Eppure il dibattito pubblico italiano continua a girarci attorno, aggrappandosi a spiegazioni che suonano sempre più come alibi.
La scusa della villetta
L’idea che il ritardo italiano dipenda dalla prevalenza di condomini senza posto auto, mentre all’estero tutti abitano in villette con box, è uno dei luoghi comuni più duri a morire. È un argomento che ha il pregio di deresponsabilizzare tutti: non c’è bisogno di politiche più incisive, di incentivi stabili, di una rete di ricarica pubblica che funzioni, perché tanto «da noi le case sono diverse». E allora che senso ha investire?
A luglio, sotto quell’editoriale di Vaielettrico, un lettore di nome Ivone ha scritto poche righe che andrebbero stampate e appese negli uffici di chi disegna le politiche industriali e ambientali del paese. Ivone ha vissuto per un anno in Inghilterra e per molti anni in Italia, Germania e Francia. Conosce le case di Torino come quelle di Lione, di Stoccarda, di Birmingham. E non condivide quel punto 3 dell’articolo che attribuiva alle tipologie abitative parte della responsabilità. «Per i paesi dove ho vissuto, mi sembra che la distribuzione della tipologia di abitazioni sia simile», scrive. Condomini nei centri abitati, case a schiera nella zona di transizione tra città e campagna, abitazioni individuali o bifamiliari fuori dalla zona urbana. Il paesaggio edilizio che descrive non è quello di un’Italia anomala: è la normalità europea. La differenza, allora, non sta nei garage ma in ciò che accade fuori da quei garage.
Se le case sono uguali, il problema è altrove. È nella prevedibilità degli incentivi, che in Italia cambiano ogni sei mesi e svaniscono appena i fondi si esauriscono, mentre in Germania e in Francia si programmano su archi temporali certi. È nella densità e nell’affidabilità delle colonnine pubbliche, che pure Motus-E segnala in crescita ma con criticità importanti nella distribuzione territoriale. È nella comunicazione, spesso ostile, che presenta l’auto elettrica come un lusso per pochi o una scommessa tecnologica anziché come la direzione indicata dalle stesse case automobilistiche. La villa con il box non c’entra niente: lo dimostrano le strade di Parigi e di Berlino, dove i condomini sono esattamente come quelli di Milano o Roma eppure le auto elettriche circolano tre o quattro volte di più. La differenza la fanno le scelte, non i pianerottoli.
Cosa succede adesso
Se le scuse cadono, resta il nodo delle scelte. Per le famiglie italiane l’auto elettrica rimane una decisione che richiede più calcoli, più incertezze, più costi percepiti che altrove. Per le imprese, il rischio è di ritrovarsi con una filiera dell’automotive che perde competitività proprio mentre il resto del continente corre. Il 2025 ha mostrato che il mercato europeo ha già preso la rincorsa: la domanda non è se l’auto elettrica diventerà dominante, ma chi sarà pronto quando quel momento arriverà.
L’Italia ha i numeri per recuperare — un parco circolante tra i più vecchi d’Europa, la necessità di ridurre le emissioni urbane, una base industriale che sa riconvertirsi — ma il tempo stringe. E stringe in un momento in cui, lo scorso luglio, bastavano poche righe di un lettore con un passaporto pieno di esperienze europee per smontare una delle giustificazioni più abusate del nostro immobilismo. Forse è arrivato il momento di smettere di osservare le case e cominciare a guardare cosa succede fuori, per strada.




