Lo studio su Nature ha censito 148.506 chilometri quadrati di praterie, ma solo un quinto è tutelato da aree protette
Vi è mai capitato, camminando in riva al mare, di notare quelle lunghe foglie verdi portate dalle onde? Spesso le scambiamo per alghe, ma sono molto di più: sono fanerogame marine, piante vere che creano praterie sommerse. Eppure, fino a ieri, nessuno aveva un’idea precisa di dove fossero e quanto estese. Lo scorso 24 giugno, uno studio pubblicato su Nature ha presentato le prime mappe globali a risoluzione spaziale di 10 metri dell’estensione delle praterie di fanerogame marine in acque costiere chiare e poco profonde, dipingendo per la prima volta un quadro nitido di un ecosistema che ci tocca da vicino anche quando non lo vediamo.
Per decenni abbiamo brancolato nel buio: dove si trovano esattamente queste piante? Quante ne restano? I dati storici non erano rassicuranti. Già nel 1980 si sapeva che le fanerogame marine sono scomparse a un tasso di 110 km² all’anno, e che il 29% dell’estensione areale conosciuta era già svanito dal 1879, quando iniziarono le prime registrazioni. Le Bahamas, da sole, custodiscono una porzione enorme di questo patrimonio: secondo uno studio del 2022, ospitano almeno 66.000 km² e fino a 92.000 km² di habitat di fanerogame marine. Ma una mappa globale con un dettaglio così fine — 10 metri di risoluzione, grazie ai satelliti Sentinel-2 MSI — non c’era mai stata.
Il 21% che fa la differenza
I numeri dello studio di Nature parlano chiaro: sono state identificate 148.506 km² di fanerogame marine a livello globale, di cui 5.961 km² intertidali e 142.545 km² subtidali. Per capire le proporzioni, il 69% dell’estensione globale è concentrato in soli cinque paesi: Bahamas, Cuba, Stati Uniti, Australia e Indonesia. Ma il dato che fa più riflettere è un altro: solo il 21% di queste praterie si trova all’interno di aree marine protette. In altre parole, appena un quinto gode di una qualche forma di tutela contro le pressioni umane dirette.
Non è un problema astratto. Nei quattro anni coperti dallo studio, sono stati persi 5.969 km² di praterie — il 4% del totale — e ulteriori 6.221 km², pari a un altro 4,2%, sono stati degradati da copertura densa a rada nelle regioni tropicali. Tradotto in numeri più facili da maneggiare: l’1% all’anno di perdita netta. E quasi tutta questa perdita, quasi l’80%, è avvenuta al di fuori delle aree protette. Se il restante 79% di praterie non protette seguisse la stessa traiettoria, avremmo una cronaca di un declino annunciato — e misurabile metro per metro.
Dalle mappe all’azione: cosa può fare ciascuno di noi
La buona notizia è che non partiamo da zero. Strumenti analoghi hanno già dimostrato che quando il dato è accessibile, le politiche cambiano. L’Allen Coral Atlas ha completato le mappe globali degli habitat delle barriere coralline tropicali poco profonde l’8 settembre 2021, offrendo a governi e comunità locali una base condivisa per decidere dove intervenire. Il Global Mangrove Watch fornisce una mappa globale di riferimento delle mangrovie per il 2010 e i cambiamenti per undici epoche tra il 1996 e il 2020, consentendo di monitorare il ripristino o la distruzione di quegli habitat. Ora tocca alle fanerogame, con un vantaggio: la risoluzione di 10 metri permette di identificare non solo la presenza, ma anche la densità, distinguendo aree dense da aree rade. Per chi amministra un tratto di costa, o per un’impresa che pianifica un approdo turistico, questo significa sapere esattamente dove mettere i piedi — o meglio, dove non metterli.
Per un cittadino, il salto è concreto. Scegliere un turismo costiero sostenibile non è più una generica dichiarazione di intenti: oggi possiamo sapere se la spiaggia che frequentiamo insiste su una prateria mappata, se il diving center del villaggio opera in una zona in cui la copertura è passata da densa a rada negli ultimi quattro anni. Per le imprese, avere una mappa pubblica e aggiornata riduce il rischio di investire in progetti che finiranno bloccati o contestati perché poggiano su un habitat di cui fino a ieri ignoravano l’esistenza. E per le amministrazioni, il fatto che solo il 21% delle praterie sia in aree protette è un invito a colmare il divario, non con vincoli calati dall’alto, ma con piani urbanistici che integrino questi dati nella pianificazione portuale, nella gestione degli scarichi, nella regolazione della pesca a strascico costiera.
Non serve essere ambientalisti militanti per cogliere il vantaggio di un’informazione del genere. Basta aver provato la frustrazione di una concessione balneare contestata o di un fondale che da un anno all’altro cambia colore e non restituisce più i pesci di una volta. Ora sappiamo dove sono le praterie, quanto velocemente le stiamo perdendo e quali sono i Paesi — Bahamas, Cuba, Stati Uniti, Australia, Indonesia — che concentrano quasi il 70% della superficie globale e che possono fare da apripista con politiche di protezione efficaci. Il prossimo passo non è solo conoscere, ma agire: scegliendo un turismo costiero che tenga conto di queste mappe, pretendendo piani urbanistici che rispettino le praterie marine, sostenendo le aree marine protette già esistenti e spingendo per crearne di nuove laddove il dato mostra una perdita anno dopo anno. La mappa è il punto di partenza, non il traguardo.




