La femmina di tigre ospitata a Khulna costa più di 2 lakh di taka al mese per cibo e medicine
Lo scorso 4 gennaio 2026, una tigre del Bengala è caduta in una trappola per cervi nelle Sundarbans, nell’area forestale di Chandpai e Sarankhola, divisione orientale della più grande mangrovieta del mondo. La Forest Department del Bangladesh l’ha soccorsa subito. Era una femmina di circa dieci anni. Da quel giorno sono passati quasi sette mesi, e la tigre è ancora ospite del Khulna Wildlife Rescue and Rehabilitation Center. La sua libertà ha un prezzo: oltre 2 lakh di taka ogni mese. Una cifra che racconta bene il paradosso di una storia di successo, quella della salvaguardia di una specie, che si trasforma in un onere sempre più difficile da sostenere.
La trappola dell’abbondanza
Il dato da cui partire è semplice: la lotta al bracconaggio funziona. Come spiega Mohammed Mostafa Feeroz, il numero di cervi nella foresta è aumentato in modo visibile proprio grazie alle azioni di contrasto messe in campo negli ultimi anni. Più prede, però, significa anche più trappole piazzate per catturarle. E la tigre, predatore al vertice, si ritrova a finire nelle stesse reti tese per i suoi pasti. È il paradosso dell’abbondanza: mentre la popolazione di tigri cresce e i cervi prosperano, aumenta anche il rischio che un esemplare resti incastrato in un congegno rudimentale, costringendo le autorità a un salvataggio costoso e senza una vera soluzione di lungo periodo. Ma dopo le ore concitate del recupero, comincia un’altra sfida: quella economica e tecnologica, che pesa quanto una tagliola.
Il conto della sopravvivenza
Tenere in vita una tigre di circa 150 chili non è uno scherzo. La Forest Department spende più di 2 lakh di taka al mese per cibo e medicine della femmina ospitata a Khulna. A tanto ammonta la spesa ricorrente per garantirle carne, cure veterinarie e un recinto adeguato. E non basta: se si volesse riportarla in natura con un minimo di sicurezza, servirebbe un collare satellitare. Procurarsene uno dagli Stati Uniti richiederebbe diversi mesi e fondi considerevoli. In altre parole, manca la tecnologia di base che consentirebbe al personale di seguire l’animale dopo il rilascio, di capire se si adatta, se si allontana troppo, se incontra altre tigri o nuove trappole.
Nel frattempo, il quadro della popolazione rende ancora più urgente un cambio di passo. Secondo i dati dei censimenti ufficiali, le tigri delle Sundarbans del Bangladesh sono passate da 106 esemplari nel 2015 a 114 nel 2018, fino a 125 nel 2024. Un incremento lento ma costante, che moltiplica le probabilità di futuri incidenti con le trappole e fa lievitare il conto complessivo per le cure. Ogni salvataggio rischia di diventare un pozzo senza fondo: oggi una sola tigre assorbe l’equivalente di diversi stipendi mensili di forestali, domani potrebbero essere due o tre. Il paradosso è servito: più la conservazione ha successo, più i costi di gestione aumentano, senza che esista ancora una procedura standard per liberare gli animali in sicurezza. Eppure, non siamo i primi a trovarsi di fronte a questo dilemma.
La lezione del Nepal
Il 22 gennaio 2011, una tigre selvatica dotata di collare satellitare fu trasferita con successo dal Chitwan National Park al Bardia National Park. Era la prima volta che il Nepal tentava un’operazione del genere, e la tecnologia fece la differenza: il collare permetteva di monitorare in tempo reale gli spostamenti, riducendo al minimo il rischio di perdere l’animale o di non accorgersi se entrava in conflitto con le comunità locali. Già nel 2011, quindi, a poche centinaia di chilometri di distanza, qualcuno aveva risolto con un investimento mirato il problema che ora attanaglia il Bangladesh.
La differenza non sta nella complessità della soluzione, ma nella capacità di metterla in pratica. Il Nepal ha collaborato con organizzazioni internazionali, ha formato squadre specializzate e ha reso il collare satellitare uno strumento ordinario per gestire i grandi carnivori. Oggi, mentre la tigre del Khulna aspetta in un recinto, il Bangladesh deve scegliere: investire in pochi collari e in una cooperazione tecnica regionale che permetta rilasci tempestivi, oppure continuare a spendere 2 lakh di taka al mese per una sola tigre, condannando altre a un destino simile. Non c’è una terza via. Salvare un predatore non è solo questione di un giorno di coraggio. Richiede fondi, tecnologia e la volontà di guardare oltre i confini. Anche da lontano, questa scelta ci riguarda: perché la conservazione non è un film da guardare, ma un costo che qualcuno deve mettere in conto.




