La carenza d’acqua nella Babai Valley spinge i rinoceronti oltre il confine indiano
Un segnale intermittente nella notte, un puntino che si sposta sul letto quasi asciutto del fiume Babai. È il collare GPS di uno degli otto rinoceronti indiani reintrodotti tra il 2016 e il 2017 nella Babai Valley, all'interno del Parco Nazionale di Bardia, in Nepal. Sta cercando acqua e cibo, e lo sta facendo sempre più a ovest, in direzione del confine con l'India. I dati raccolti dai cinque esemplari dotati di radiocollari satellitari e analizzati nello studio pubblicato a metà luglio dal National Trust for Nature Conservation disegnano una traiettoria precisa — e un problema che non si può ignorare.
Collari e chilometri
I numeri del monitoraggio sono un diario di bordo dettagliato. In media, ogni rinoceronte percorre tra 2,7 e 4,3 chilometri al giorno. Le praterie sono l'habitat più frequentato (45,47% del tempo), seguite da foreste ripariali (21,93%) e corpi d'acqua (13,53%). Sono animali che sanno cosa cercare e dove trovarlo. Il problema è che quello che cercano — acqua, soprattutto nella stagione secca — nella Babai Valley scarseggia sempre di più.
La valle svuotata
Babai Valley non è una terra qualunque per il rinoceronte indiano. Il primo trasferimento di rinoceronti in Nepal risale al 1986, quando 13 esemplari vennero spostati dal Parco Nazionale di Chitwan proprio a Bardia. Ma la storia di questo luogo è segnata da una ferita profonda: durante il picco dell'insurrezione maoista, tra il 2002 e il 2006, la quasi totalità dei rinoceronti trasferiti nella Babai Valley fu sterminata dal bracconaggio. Un azzeramento quasi completo, che ha reso la successiva reintroduzione del 2016-2017 un atto di fiducia — o forse di ostinazione.
Oggi la pressione non arriva dai fucili ma dalla mancanza d'acqua. Il fiume Babai, durante i mesi secchi, non garantisce risorse sufficienti. Secondo quanto riportato da Babu Ram Lamichhane, citato nell'analisi pubblicata da Mongabay a giugno, i rinoceronti si stanno progressivamente spostando verso il Katarniaghat Wildlife Sanctuary in India, dove il terreno è più pianeggiante e c'è più acqua. Un movimento che, nei fatti, trasferisce il problema oltre confine.
Oltre il confine
La carenza d'acqua non è solo un disagio temporaneo: è il sintomo di un habitat che non è stato ripristinato a sufficienza per sostenere una popolazione vitale. Lo studio del NTNC è chiaro: senza interventi significativi di ripristino dell'habitat, l'aggiunta di nuovi individui o il trasferimento in siti più adatti, la Babai Valley potrebbe non essere in grado di garantire un futuro agli otto pionieri — e ai loro eventuali piccoli.
La questione non è accademica. Alle spalle di questa reintroduzione c'era un problema concreto: come documentato in un recente rapporto del NTNC sulle aree occidentali del Parco Nazionale di Chitwan, l'alta densità di rinoceronti a Sukhibhar e Kasara stava provocando un aumento degli sconfinamenti nei villaggi e danni ai raccolti. Spostare alcuni esemplari sembrava la soluzione più logica. Ma se la nuova casa non offre condizioni adeguate, il rischio è di ripetere un copione già visto: animali in fuga, stress, abbattimenti o bracconaggio.
E mentre i rinoceronti varcano il confine, la sfida diventa di tutti. Se gli animali trovano rifugio stabile nel Katarniaghat Wildlife Sanctuary, il successo del progetto non può più essere misurato solo in territorio nepalese. Serve un accordo bilaterale che preveda monitoraggio condiviso, scambio di dati e, prima ancora, una gestione comune delle risorse idriche del bacino del Babai. In mancanza di questo, i segnali GPS continueranno a raccontare una storia di spostamenti forzati, con il rischio concreto di vanificare anni di lavoro e investimenti.
Il successo di una reintroduzione si misura nella capacità di ricreare le condizioni per restare, non solo nel numero di animali liberati. La cooperazione tra Nepal e India non è un optional: è l'unica strada per non ripetere gli errori del passato.




