Il dominio cinese nel mercato australiano si estende anche all’infrastruttura di ricarica
Lo scorso giugno, per la prima volta nella storia del mercato automobilistico australiano, sette diversi veicoli elettrici hanno superato le 1.000 immatricolazioni in un solo mese. Il dato complessivo è altrettanto eloquente: i veicoli elettrici hanno rappresentato il 23,5% di un mercato australiano che ha fatto segnare il proprio record assoluto. Ma a colpire non è tanto il volume, quanto la geografia industriale che quei numeri disegnano. Dei sette modelli sopra quota mille, nessuno proviene da un costruttore giapponese. La classifica parla cinese, con l’unica eccezione — parziale — di Tesla, che per il mercato australiano produce nella Gigafactory di Shanghai.
Il mese del sorpasso
I dati di giugno raccontano una gerarchia che fino a due anni fa sarebbe sembrata improbabile. La Tesla Model Y ha chiuso il mese con 8.072 unità immatricolate, secondo i numeri riportati da The Driven, confermandosi il veicolo elettrico più venduto in Australia. Subito dietro, la galassia BYD ha piazzato una pluralità di modelli nella top seven, spingendo il marchio di Shenzhen a un risultato che va oltre il perimetro dell’elettrico puro: BYD ha quasi superato Toyota come marchio più venduto in Australia di qualsiasi tipo — ibrido, benzina, diesel inclusi. Per dare una misura della portata del fenomeno, basti pensare che Toyota domina il mercato australiano da oltre due decenni ininterrottamente. L’idea che un costruttore cinese nato nel 2003 potesse insidiare questa supremazia sarebbe stata liquidata come fantascienza solo pochi anni fa.
Eppure il dato mensile, per quanto impressionante, è soltanto la superficie. Sotto, c’è una trasformazione strutturale che sta ridisegnando non solo le quote di mercato, ma l’intera catena di approvvigionamento dell’automotive australiano. Da dove arrivano, esattamente, questi veicoli? La risposta è in una percentuale che da sola sintetizza il cambio di paradigma in corso.
83%: il peso della Cina sulle ruote australiane
Già a maggio 2024, l’83% dei veicoli elettrici venduti in Australia proveniva dalla Cina. Un dato che all’epoca poteva essere letto come una fotografia congiunturale, ma che a distanza di due anni si è rivelato l’inizio di una tendenza irreversibile. I numeri del 2025 e della prima metà del 2026 mostrano un’accelerazione che non ha eguali in nessun altro mercato sviluppato.
A gennaio 2026 il rapporto di forze si è manifestato in modo quasi caricaturale: BYD ha immatricolato 5.001 veicoli, con un incremento del 641% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nello stesso periodo, Tesla è crollata a 501 unità, scivolando al ventiquattresimo posto nella classifica generale. È vero che le consegne Tesla seguono cicli trimestrali legati alle spedizioni navali dalla Cina — e infatti a giugno la Model Y è tornata in vetta — ma il divario di gennaio non è una semplice anomalia statistica. È il sintomo di un riequilibrio competitivo in cui la costanza della presenza cinese sul mercato sta erodendo il vantaggio del first mover americano.
Nel corso del 2025, i marchi cinesi sono diventati il principale motore di crescita nel mercato elettrico australiano. BYD, Geely e XPENG hanno guadagnato terreno con modelli dal posizionamento aggressivo sul prezzo, sfruttando economie di scala e una filiera delle batterie verticalmente integrata che nessun costruttore occidentale o giapponese è riuscito a replicare. Oggi, secondo un’analisi della University of Technology Sydney pubblicata a luglio, Tesla detiene ancora il 28% del mercato australiano dei veicoli elettrici a batteria, ma BYD è già al 24% e la traiettoria delle due curve suggerisce un sorpasso che potrebbe materializzarsi ben prima di quanto gli analisti prevedessero solo dodici mesi fa.
Il punto non è soltanto il prezzo. I modelli cinesi hanno colmato il divario tecnologico su batterie, software di bordo e sistemi di assistenza alla guida in un arco di tempo sorprendentemente breve. La strategia non è stata quella di competere sul lusso — terreno su cui Tesla mantiene un vantaggio di percezione del marchio — ma di offrire un rapporto qualità-prezzo che rende sempre più difficile giustificare il sovrapprezzo dei concorrenti tradizionali. E mentre i costruttori cinesi accelerano su tecnologia e volumi, i giganti giapponesi sembrano muoversi nella direzione opposta.
Il paradosso giapponese
È il paradosso dei costruttori nipponici. Lo scorso 17 giugno, The Driven riportava i dati di un’analisi di InfluenceMap secondo cui i costruttori giapponesi stanno attivamente spingendo narrazioni anti-elettrico. Nel frattempo, il mercato australiano — uno dei pochi mercati sviluppati senza dazi protettivi sull’auto cinese — li sta semplicemente bypassando. Solo tre veicoli elettrici giapponesi compaiono tra i primi cinquanta modelli venduti in Australia. Tre. Per un’industria che ha inventato l’ibrido di massa con la Prius e che domina le classifiche globali — Toyota ha chiuso il 2025 come il costruttore più venduto al mondo con 11,3 milioni di veicoli — l’assenza dal segmento a più alta crescita è una contraddizione che ha pochi precedenti nella storia industriale. È come se Nokia, all’alba dell’iPhone, avesse deciso di investire in una campagna stampa contro i touchscreen anziché sviluppare un proprio smartphone.
Il mercato australiano sta diventando un caso di studio su cosa accade quando la competizione tecnologica incontra un ambiente regolatorio aperto. Non ci sono dazi a proteggere gli incumbent, non ci sono vincoli di omologazione pensati per rallentare i nuovi entranti. Il risultato è una selezione darwiniana accelerata, in cui vince chi offre la migliore combinazione di prezzo, autonomia e tempi di consegna. E in questa selezione, i marchi cinesi stanno dimostrando di saper competere non solo sul costo della manodopera — un argomento ormai superato — ma sull’integrazione verticale della filiera, dalla miniera di litio al software del sistema di infotainment.
Per chi installa colonnine di ricarica, gestisce flotte aziendali o pianifica investimenti nell’infrastruttura elettrica, il messaggio è chiaro e non ammette ambiguità: il parco circolante che si sta formando oggi in Australia è a trazione cinese. Ignorare questa realtà significa progettare per un mercato che non esiste più, mentre quello reale si muove in una direzione già tracciata — e lo fa con numeri che non lasciano spazio a interpretazioni.




