La Banca Mondiale ha investito il triplo dell’UE per le economie blu dei paesi in via di sviluppo
Ad Atene, nell’aprile 2024, l’Unione Europea aveva messo sul piatto 3,5 miliardi di euro per la protezione degli oceani. Lo scorso giugno, a Mombasa, l’impegno annunciato dal Commissario per la Pesca e gli Oceani Costas Kadis si è fermato a 338,35 milioni. Un taglio del 90% in due anni. Non è un dettaglio tecnico: è il sintomo di una strategia in ritirata, mentre altri attori si muovono per occupare lo spazio lasciato libero.
Il crollo silenzioso dell’UE
La cifra di Atene — 3,5 miliardi di euro, articolata in 40 impegni per l’azione oceanica — aveva un significato che andava oltre la portata finanziaria. Segnalava che Bruxelles intendeva posizionarsi come leader nella governance oceanica globale, in un decennio in cui la conferenza Our Ocean è cresciuta da 30 impegni e 1,8 miliardi di dollari nel 2014 a 464 impegni e 11,6 miliardi nel 2024, accumulando oltre 160 miliardi di impegni totali in dodici anni.
Due anni dopo, il quadro è radicalmente diverso. La conferenza di Mombasa — prima edizione africana, ospitata in Kenya il 17 e 18 giugno con il tema «Our Ocean, Our Heritage, Our Future» — ha visto l’UE presentarsi con una dotazione ridotta a poco più di un decimo. Kadis ha illustrato impegni per conservazione, pesca sostenibile e sicurezza marittima, ma il divario con il 2024 è talmente ampio da non poter essere letto solo come un riposizionamento tecnico. È una contrazione che solleva una domanda precisa: l’Europa sta rinunciando a dettare l’agenda sugli oceani?
La mappa dei nuovi finanziatori
La conferenza di Mombasa, stando ai dati diffusi dal World Resources Institute, ha mobilitato 6,4 miliardi di dollari in 320 nuovi impegni, annunciati da oltre 100 tra governi, aziende e organizzazioni della società civile. Il totale è inferiore agli 11,6 miliardi del 2024, ma la composizione dei finanziamenti racconta una storia più interessante della cifra assoluta.
Il Kenya, paese ospitante, ha annunciato impegni per circa 1 miliardo di dollari. Il Canada ha destinato 682 milioni di dollari al programma Small Crafts Harbours, pensato per sostenere le comunità costiere, l’attività di pesca e le economie locali. Ma il dato più significativo riguarda la Banca Mondiale: 1 miliardo di dollari investiti nei prossimi due anni per aiutare i paesi in via di sviluppo a costruire economie blu sostenibili e resilienti. Si tratta di quasi tre volte l’impegno dell’UE, se si confrontano direttamente le due cifre — 1 miliardo di dollari contro 338 milioni di euro.
Il sorpasso è duplice: quantitativo, perché la Banca Mondiale mette sul tavolo una somma che schiaccia quella europea, e qualitativo, perché l’investimento è mirato proprio ai paesi in via di sviluppo, molti dei quali si affacciano sull’oceano Indiano e sull’Africa orientale. La coincidenza geografica con la sede della conferenza non è casuale: Mombasa ha funzionato da cassa di risonanza per un messaggio che Bruxelles, con i suoi 338 milioni, non è stata in grado di controbilanciare.
Non si tratta solo di chi mette più risorse. Si tratta di chi definisce le priorità. Quando la Banca Mondiale parla di «economie blu sostenibili», sta indicando un modello di sviluppo che lega conservazione e crescita economica in un quadro pensato per i paesi emergenti. Se l’UE riduce la propria presenza finanziaria, riduce anche la propria capacità di orientare quel modello verso standard ambientali e sociali più vicini alla sensibilità europea.
Il prezzo della ritirata
La conferenza di Mombasa è stata la prima ospitata in Africa. Non è solo una notazione geografica: segna simbolicamente uno spostamento del baricentro della finanza blu verso il Sud del mondo. Con l’UE in ritirata e istituzioni come la Banca Mondiale in prima linea, il rischio è che la governance degli oceani prenda una direzione in cui la voce europea conta meno di quanto contasse due anni fa. Per i progetti che dipendevano dai fondi europei — aree marine protette, lotta alla pesca illegale, monitoraggio satellitare — il cambio di passo potrebbe tradursi in tempi più lunghi, ambizioni ridimensionate o partner diversi.
Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi non è solo il totale degli impegni globali, ma la quota europea all’interno di quel totale. Se la conferenza del 2027 confermerà il ritiro, la governance degli oceani parlerà una lingua sempre meno europea. E non sarà una questione di soli soldi.




