Il Pudm di Milazzo è già stato approvato nonostante i dati allarmanti sulla contaminazione da microplastiche
L’ultima volta che ho mangiato pesce spada alla griglia, non sapevo che nelle acque di Milazzo i pesci ingeriscono microplastiche a livelli record. Proprio qui, dove il Mediterraneo restituisce le percentuali più allarmanti di microplastiche ingerite da pesci spada, tonno bianco e tonno rosso, l’amministrazione comunale ha appena approvato un piano che promette di riversare ancora più pressione su un ecosistema già al collasso. Un controsenso che racconta molto di come, in certe parti d’Italia, il turismo venga ancora pensato come un’attività a impatto zero, quasi fosse un diritto acquisito senza conseguenze.
Quel sapore di plastica
Non serve essere biologi marini per capire che qualcosa non torna. Se i pesci che finiscono nei nostri piatti hanno tassi di contaminazione da microplastiche che non si registrano in nessun’altra parte del Mediterraneo, la domanda non è se il problema esista, ma quanto siamo disposti a ignorarlo. Milazzo non è una località qualsiasi: ospita il polo industriale del Sin, attivo dagli anni Sessanta, dove convivono raffinazione di petrolio con la Raffineria di Milazzo, produzione di elettricità con le centrali Edipower ed ex Sondel, siderurgia con Duferco Travi e Profilati, produzione di apparecchiature elettriche, lavorazione di amianto e discariche di rifiuti industriali. Un carico ambientale che ha prodotto conseguenze misurabili sulla salute della popolazione residente.
Secondo il report Sentieri 2023, tra Milazzo e Pace del Mela si registra un eccesso di mortalità per malattie del sistema circolatorio, malattie ischemiche del cuore e dell’apparato urinario. Si nasce con più anomalie congenite, soprattutto agli apparati riproduttivi e agli arti. Le malattie respiratorie hanno un’incidenza elevatissima. Sono dati che dovrebbero orientare qualunque scelta di pianificazione territoriale, imponendo cautela e priorità al risanamento. Eppure, il Comune ha altri piani per queste acque.
Ombrelloni sulla polvere
Non è tutto. Il Pudm prevede anche un nuovo porto turistico, 20 concessioni per specchi d’acqua destinati a sport, pesca e ormeggi, 9 nuove attività commerciali e 11 chioschi o punti ristoro. Il messaggio è chiaro: la costa di Milazzo va attrezzata per accogliere flussi turistici crescenti, come se la fragilità ambientale e sanitaria del territorio fosse un dettaglio trascurabile. E questo mentre l’area marina protetta di Capo Milazzo, istituita nel 2018, avrebbe dovuto rappresentare un argine a logiche di sfruttamento intensivo. Invece, il Pudm mette sotto pressione proprio le acque che il decreto ministeriale intendeva tutelare.
Qualcuno potrebbe obiettare che il turismo porta sviluppo e occupazione. Ma qui il conto è già salato. Due ricercatori, Michael Grelaud e Patrizia Ziveri, hanno documentato che nel Mediterraneo è il turismo a produrre l’80% dell’immondizia che si accumula sulle spiagge delle isole in estate, e che il 94% di questi rifiuti è plastica. Significa che ogni nuova concessione, ogni nuovo chiosco, ogni nuovo pontile non fa che alimentare un circuito che inquina le stesse acque da cui dipende l’attrattività turistica. A Milazzo, dove la contaminazione da microplastiche è già da record, è un azzardo che non ha giustificazioni economiche né ambientali.
La resistenza del mare
Le associazioni ambientaliste non sono rimaste a guardare. Greenpeace Italia, Lipu, MAN e WWF Italia hanno presentato a giugno osservazioni formali contro il Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo di Messina, definendolo inapprovabile. Non si tratta del Pudm di Milazzo in senso stretto, ma il caso è istruttivo: il piano messinese è stato costruito su dati vecchi di vent’anni e presenta vuoti di pianificazione che le associazioni considerano inammissibili. È il sintomo di un approccio che si ripete, comune a diverse amministrazioni siciliane: a Palermo, tanto per fare un altro esempio, il Pudm in discussione prevede 76 concessioni demaniali per oltre 258.000 metri quadrati. La direzione è la stessa ovunque: privatizzazione della costa, cementificazione leggera ma diffusa, turismo di massa senza valutazioni serie sulla capacità di carico degli ecosistemi.
Il punto non è essere contro il turismo. È chiedersi che tipo di turismo si vuole costruire in un’area dove la popolazione paga già con la salute il prezzo di decenni di industrializzazione pesante. Aprire nuovi stabilimenti e porticcioli senza aver prima bonificato, senza aver ridotto le fonti di inquinamento industriale, senza aver monitorato adeguatamente la qualità delle acque, significa scaricare sui cittadini e sull’ambiente un rischio aggiuntivo. E significa anche ipotecare il futuro economico del territorio: chi vorrà venire in vacanza in un luogo dove i pesci mangiano plastica e le malattie respiratorie sono fuori controllo?
Resta da vedere se le istituzioni ascolteranno. Le osservazioni sono state presentate, i dati sono pubblici, la comunità scientifica ha parlato. Ma il Pudm di Milazzo è già stato approvato, e fermarlo adesso richiederebbe un intervento politico che al momento non si vede all’orizzonte. La prossima volta che vi tufferete a Milazzo, ricordate cosa galleggia sotto la superficie.




