L’export record nasconde un mercato interno in calo e una crescente esposizione a dazi e tensioni geopolitiche
Il nuovo record e l’obiettivo spostato più in alto
La progressione è rapida: a maggio le vendite all’estero erano 160.644, a giugno 175.349. In sei mesi BYD ha già esportato più di quanto ci si aspettasse per il primo anno del nuovo piano industriale, spingendo l’azienda a rivedere al rialzo il target per il 2026. L’obiettivo è salito a 1,5 milioni di veicoli, 200mila in più rispetto agli 1,3 milioni fissati a gennaio. Se raggiunto, significherebbe che quasi un veicolo BYD su due venduto nel mondo lascerebbe un porto cinese – una soglia psicologica che misura quanto l’azienda si stia allontanando dal suo storico baricentro.
Il mercato interno che frana
Dietro lo sprint internazionale, la realtà domestica è molto meno brillante. Il mercato cinese ha registrato un crollo del 22 per cento delle vendite, con un andamento negativo che si trascina da maggio 2025. Non è un incidente di percorso: la flessione indica che la domanda di auto elettriche in Cina, almeno per BYD, potrebbe aver raggiunto un plateau o essere erosa da una concorrenza sempre più aggressiva. A giugno, per la prima volta, i modelli venduti oltre confine hanno rappresentato quasi metà delle consegne totali. Nel primo semestre 2026, il 43 per cento delle consegne arrivava da mercati esteri. Un anno fa quella quota era molto inferiore. BYD sta diventando un’azienda trainata dall’export, e questo la espone sempre di più a dazi, barriere doganali e tensioni geopolitiche che Pechino non può controllare.
Il paradosso è che proprio mentre il governo cinese rivendica la leadership globale dei veicoli elettrici, il mercato interno mostra segni di saturazione. La strategia di BYD è chiara: cercare acquirenti in Europa, Sud-est asiatico e America Latina per mantenere i volumi. Finora ha funzionato, ma la fragilità è evidente. Ogni volta che un paese introduce dazi punitivi sui veicoli cinesi – com’è accaduto con l’Unione europea e con gli Stati Uniti – la capacità dell’azienda di piazzare i propri modelli all’estero viene messa a repentaglio.
La partita globale: chi perde e chi resta indietro
Il successo estero di BYD ha già ridisegnato la classifica mondiale. BYD ha superato Tesla come primo venditore globale di veicoli elettrici già nel corso del 2025, un sorpasso che sembrava impossibile solo tre anni fa. Ora il divario si sta ampliando, ma la vera minaccia non arriva soltanto da Elon Musk. In Cina, il rivale Leapmotor ha chiuso giugno con un balzo delle vendite del 95 per cento su base annua, toccando 93.376 veicoli elettrificati: un ritmo di crescita simile a quello di BYD, che dimostra come la competizione interna resti feroce. Se BYD deve combattere su due fronti – espansione estera e difesa del mercato di casa – la pressione sui margini è destinata a salire.
Ancora più rilevante è il nodo della regolamentazione commerciale. Il target di 1,5 milioni di esportazioni per il 2026 è ambizioso, ma poggiare metà dei propri volumi su mercati che possono chiudersi da un giorno all’altro è una scommessa rischiosa. Negli ultimi dodici mesi, l’Europa ha introdotto dazi compensativi fino al 38 per cento sulle auto elettriche cinesi, e gli Stati Uniti hanno sostanzialmente escluso i veicoli prodotti in Cina dal credito d’imposta federale. Se nuovi paesi alzassero barriere, l’export record di questi mesi potrebbe trasformarsi in magazzini pieni e fabbriche ferme.
Un’analisi fredda dei numeri racconta che BYD è oggi il costruttore più dinamico, ma anche quello più esposto. La domanda a cui nessuno sa rispondere è se la crescita possa continuare quando il destino delle vendite dipende più dalle commissioni anti-dumping di Bruxelles che dalla qualità dei modelli. Il sorpasso su Tesla è stato reale, ma il vero banco di prova sarà sopravvivere al successo: con dazi e tensioni commerciali in aumento, l’export record potrebbe trasformarsi in una trappola.




