Dopo la rimozione del parco dalla lista dei siti a rischio nel 2017, il bracconaggio e la pandemia hanno riportato
271. Tanti sono gli stambecchi Walia rimasti in natura secondo l’ultimo conteggio condotto nel dicembre 2025 da Paul Scholte, ricercatore che da anni monitora la specie sulle montagne etiopi. Erano 289 soltanto un anno prima, a novembre 2024 — inclusi 228 individui maturi, quelli davvero in grado di riprodursi e tenere in vita la popolazione. Un declino silenzioso, registrato in uno studio pubblicato lo scorso 9 luglio sulla rivista Oryx e rilanciato da Mongabay, che smentisce ogni narrazione di successo e riporta d’attualità una domanda che l’Etiopia pensava di essersi lasciata alle spalle: lo stambecco simbolo del Paese sta davvero scomparendo?
Il conteggio che cambia tutto
I numeri non lasciano spazio a ottimismo. Nel novembre 2024 i rilevatori avevano contato 289 esemplari; tredici mesi dopo, a dicembre 2025, il totale era sceso a 271. Siamo sotto la soglia dei 300 individui — una cifra che, per una specie confinata in un unico areale sulle Simien Mountains, a oltre 3.000 metri di quota, suona come un allarme rosso. Se si guarda alla sola frazione matura, il margine è ancora più risicato: 228 adulti a fine 2024. Non è un dettaglio tecnico: senza adulti in grado di riprodursi, la popolazione invecchia e collassa, anche se il numero complessivo appare ancora a tre cifre.
A spingere verso il baratro, stando alle interviste condotte dagli autori dello studio con personale del parco, autorità locali e residenti dei villaggi, sono tre minacce intrecciate. La prima è il bracconaggio: gli stambecchi vengono uccisi per la carne, ma anche per un presunto uso nella medicina tradizionale. La seconda è l’avanzata dell’uomo — pascoli che si allargano, sentieri che si moltiplicano, bestiame che compete per l’erba rada degli altipiani. La terza è il degrado dell’habitat, in parte conseguenza delle prime due, in parte frutto di cambiamenti climatici e pressioni che il parco fatica a governare. Sommate, disegnano il profilo di una crisi che non è esplosa all’improvviso, ma che fino a poco tempo fa sembrava sotto controllo — o almeno così si credeva.
Il miraggio del recupero
Per capire quanto sia profondo il cortocircuito, bisogna fare un salto indietro di sessant’anni. Nel 1966 lo stambecco Walia — nome scientifico Capra walie, ma per gli etiopi molto di più: un simbolo nazionale, con quelle corna curve e massicce che campeggiano su francobolli e dépliant turistici — era già stato dato per spacciato. Restavano circa 200 esemplari in tutto il mondo, aggrappati alle pareti rocciose dei Monti Simien. Per salvarli, il governo etiope istituì il Parco Nazionale dei Monti Simien, che nel 1978 sarebbe diventato uno dei primi quattro siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, come ricorda il database UNEP-WCMC.
Per decenni la ricetta parve funzionare. I numeri risalirono, il parco attirò fondi internazionali e un flusso crescente di visitatori. Nel luglio 2017 arrivò la consacrazione: il Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Cracovia, rimosse il Simien National Park dalla Lista dei siti in pericolo. L’annuncio dell’IUCN parlava di progressi nella gestione e nel coinvolgimento delle comunità locali, pur avvertendo che le sfide non erano affatto scomparse. Era il sigillo su una storia di successo: il Walia ce l’aveva fatta, il parco era un modello, l’Etiopia poteva rivendicare un primato di conservazione.
Poi è arrivato il COVID-19. La pandemia ha colpito il parco con la precisione di un cecchino: ha azzerato i flussi turistici, prosciugato le entrate che finanziavano pattugliamenti e progetti di sensibilizzazione, e di fatto interrotto ogni attività di sorveglianza. A descrivere l’impatto è lo stesso studio pubblicato su Oryx, che il Miami Herald ha ripreso nei giorni scorsi: senza ranger sul terreno, senza fondi per le comunità, senza la pressione economica che legava la sopravvivenza del Walia al benessere dei villaggi, il bracconaggio è tornato a correre. E i numeri, in soli due anni, hanno invertito la rotta di un recupero che durava da mezzo secolo. Nel 2017 il parco usciva dalla lista dei siti a rischio; nel 2025, lo stambecco che quel parco doveva proteggere è più vicino all’estinzione di quanto non fosse nel 1996.
Il futuro fragile
Il paradosso, adesso, è sotto gli occhi di tutti. Il Walia ibex è una delle specie animali più rare e meno conosciute dell’Africa, come ricorda l’African Wildlife Foundation in un report dedicato alla specie: ne restano in natura meno di 400 esemplari — un dato che, dopo gli ultimi conteggi, appare già superato al ribasso. Non stiamo parlando di un animale qualunque: è un simbolo nazionale, impresso nell’identità di un Paese che lo ha scelto come emblema della propria biodiversità. Perderlo significherebbe amputare una parte dell’immaginario etiope, oltre che della sua eredità naturale.
E il parco? Il Simien Mountains National Park era stato pensato proprio per questo: proteggere gli ultimi 200 Walia rimasti nel 1966. Oggi che i Walia sono tornati a essere poco più di 200 individui maturi, viene da chiedersi se il parco stia ancora svolgendo la sua funzione o se sia diventato una cornice vuota. I fondi sono calati, i pattugliamenti sono intermittenti, e lo studio di Scholte e colleghi mostra che la consapevolezza locale delle minacce — bracconaggio, degrado, pressione antropica — è alta, ma non si traduce in azione senza risorse. La pandemia ha esposto la fragilità strutturale del modello: un sistema pensato per reggersi sul turismo internazionale, che al primo shock esogeno si è sbriciolato, lasciando campo libero a chi lo stambecco lo caccia o gli sottrae spazio.
Le comunità locali, che nel 2017 erano state indicate come parte della soluzione, oggi rischiano di diventare parte del problema loro malgrado: senza alternative economiche, senza pattugliamenti, senza un orizzonte di sviluppo che tenga insieme conservazione e sussistenza, la pressione sugli habitat riprende a salire. E il Walia, confinato su quelle creste oltre i 3.000 metri, non ha un piano B: fuori dal parco non esiste, altrove non può andare. La domanda non è più retorica: l’Etiopia riuscirà a invertire la rotta prima che l’ultimo Walia scompaia dalle Simien Mountains? I numeri dicono che il tempo è meno di quello che sembra. Senza un intervento drastico — risorse per i pattugliamenti, alternative per le comunità, un rilancio del turismo che non ripeta gli errori del passato — lo stambecco Walia potrebbe diventare un ricordo sbiadito, un simbolo nazionale perduto tra le nebbie dei Monti Simien. E quella rimozione dalla lista dei siti in pericolo, festeggiata meno di dieci anni fa, rischia di trasformarsi in un epitaffio.




