I 1.332 arbitrati censiti dall’UNCTAD a fine 2023 sono già una fotografia sbiadita
Il prezzo del coraggio
I numeri, da soli, basterebbero a raccontare la sproporzione. Secondo i dati raccolti da Inside Climate News, le richieste presentate da compagnie straniere contro l’Honduras hanno raggiunto collettivamente circa 20 miliardi di dollari. Per dare un termine di paragone, equivale a più di cinque volte la spesa pubblica annuale di una nazione che non arriva a dieci milioni di abitanti. Non stiamo parlando di un risarcimento comminato a una multinazionale: è un paese intero, con i suoi ospedali, le sue scuole e le sue infrastrutture, a trovarsi sotto la spada di Damocle di un lodo arbitrale che potrebbe azzerare ogni margine di manovra fiscale.
E non è una storia che riguarda solo il piccolo Stato centroamericano. Già a fine 2023, il numero complessivo di casi ISDS basati su trattati aveva raggiunto quota 1.332, con 60 nuovi arbitrati avviati soltanto in quell’anno: in dieci anni, il contenzioso è più che raddoppiato, stando alle cifre dell’UNCTAD, l’organismo delle Nazioni Unite che monitora il commercio e lo sviluppo. La curva sale, e sale proprio mentre sempre più governi provano a scrivere regole per lasciare il petrolio sotto terra. È qui che il meccanismo mostra la sua vera natura: non più un semplice strumento di protezione degli investimenti, ma un’arma legale che trasforma ogni rinuncia alle fonti fossili in una scommessa finanziaria potenzialmente rovinosa. Quando il conto arriva, chi paga davvero?
Chi inquina incassa
Non è necessario scavare molto per trovare altri esempi del paradosso. Nel gennaio del 2024, la compagnia francese Perenco e il suo partner hanno ottenuto un lodo arbitrale di oltre 800 milioni di dollari contro l’Ecuador. La vicenda è istruttiva nella sua crudezza: gli stessi arbitri che hanno firmato la condanna avevano riconosciuto, nel testo della decisione, il danno ambientale prodotto dall’azienda nell’Amazzonia ecuadoriana. Eppure, il verdetto non ha lasciato spazio a compensazioni incrociate: il risarcimento andava pagato, punto e basta. Un risultato che premia chi inquina e scarica il costo sulla comunità che quell’inquinamento l’ha subìto.
Il copione si ripete con variazioni minime. Uno studio delle università canadesi Queen’s e Boston College ha calcolato che Guyana e Mozambico potrebbero dover affrontare richieste potenziali fino a 21 e 31 miliardi di dollari ciascuno, cifre che azzererebbero qualunque bilancio statale e che pendono come un’ipoteca su qualsiasi tentativo di deviare dalla strada dell’estrattivismo. Nel frattempo, la Nuova Zelanda ha già sperimentato l’effetto raggelante dell’ISDS sulla politica climatica. Nell’aprile 2018 il governo di Wellington annunciò il divieto di nuove esplorazioni petrolifere offshore, ma si guardò bene dal revocare i permessi già concessi. James Shaw, all’epoca ministro per il clima, spiegò senza giri di parole che a frenare un intervento più radicale era stata proprio la paura di azioni legali da parte delle compagnie petrolifere straniere. La decisione di lasciare il petrolio nel sottosuolo, insomma, si è fermata a metà strada non per mancanza di volontà politica, ma per il terrore di dover affrontare un arbitrato milionario.
Transizione o tribunali?
Il risultato è una transizione energetica che avanza con il freno a mano tirato, mentre il contatore dei casi ISDS continua a correre. Guyana e Mozambico sono soltanto gli ultimi nomi su una lista destinata ad allungarsi, e i 1.332 arbitrati censiti dall’UNCTAD a fine 2023 appaiono già una fotografia sbiadita rispetto alle minacce legali che si stanno accumulando. Nessuna riforma sostanziale del meccanismo è all’orizzonte, e i paesi che provano a muovere un passo fuori dalla dipendenza fossile si scoprono sempre più spesso con un piede in un’aula di tribunale e l’altro ancora affondato nel petrolio.
Ogni passo verso la transizione energetica rischia di inciampare in un collegio arbitrale. E alla fine la domanda che resta sospesa è esattamente quella che nessun trattato di investimento ha mai preso in considerazione: chi sta pagando il vero costo della crisi climatica — chi la sta causando, o chi prova a fermarla?




