I dazi Ue non fermano l’avanzata cinese, che ora tocca il 17% delle immatricolazioni ibride plug-in
Dal 3 al 13 per cento in poco più di un anno. Non è la crescita di una startup, ma la quota dei produttori cinesi nel mercato delle ibride plug-in europee. Una progressione che si è consolidata mentre i dazi compensativi dell’Unione europea erano già in vigore dall’ottobre 2024.
L’impianto sanzionatorio doveva restituire ossigeno all’industria continentale. E invece no: nel primo trimestre 2026 i modelli prodotti in Cina hanno toccato il 17% delle immatricolazioni europee. Un dato che va letto accanto al 22% dell’intero 2024 — una flessione minima, forse stagionale, che non scalfisce la traiettoria.
Il muro di gomma dei dazi
Dietro la fotografia di mercato c’è un meccanismo semplice: le vetture elettriche dei marchi cinesi costano in media il 21% in meno di quelle europee. I dazi — pensati per colmare il differenziale — non hanno cambiato l’equazione. E i costruttori cinesi non si sono certo fermati: hanno aumentato le esportazioni, aggirando le barriere con stabilimenti in paesi terzi o spostando il mix su vetture ibride, meno bersagliate dai dazi e più appetibili per chi ancora non si fida dell’elettrico puro.
Il risultato è un paradosso: l’Europa si protegge dall’auto elettrica cinese e intanto si ritrova invasa dall’ibrida plug-in cinese.
A Wolfsburg il conto è salato
Mentre Pechino avanza, l’industria tedesca arretra. Oliver Blume, amministratore delegato di Volkswagen, ha messo sul tavolo ulteriori tagli di posti di lavoro in Volkswagen per circa 50mila unità a livello globale. Una cura dimagrante che si somma a piani di ristrutturazione già annunciati, e che porta con sé una domanda scomoda: se il primo gruppo europeo taglia mentre accelera l’elettrificazione, chi produrrà le auto elettriche che l’Unione Europea vuole mettere su strada?
La contraddizione non è solo industriale, ma anche di policy. Nel 2025 i sussidi dannosi ai trasporti hanno raccolto oltre un miliardo di euro di Sad (1.086,5 milioni). Si tratta di agevolazioni che continuano a premiare l’uso di combustibili fossili mentre a Bruxelles si firmano piani per elettrificare tutto. Un cortocircuito finanziario che ha un sapore amaro se letto accanto ai numeri che descrivono quanto la transizione convenga: l’obiettivo di elettrificazione dell’UE taglierebbe della metà il consumo di petrolio e di due terzi quello di gas.
Chi guiderà la transizione?
Intanto il Piano d’Azione per l’Elettrificazione invita i governi a ridurre l’IVA su veicoli elettrici e pompe di calore. Una misura che, se attuata, potrebbe abbassare i prezzi per i cittadini e rimettere in moto la domanda.
Ma resta il dubbio su chi, materialmente, costruirà quei veicoli. Perché senza una politica industriale che affianchi quella ambientale, il rischio è di realizzare l’elettrificazione dei trasporti con fabbriche e brevetti altrui, trasformando un obiettivo climatico in una dipendenza tecnologica strutturale.
La partita, al momento, non ha arbitri. E il prossimo a muovere pedina potrebbe non essere europeo.




