33.000 metri cubi di rifiuti radioattivi giacciono in 62 depositi temporanei sparsi per la penisola

Il governo lavora per riportare l’atomo in Italia e conta di approvare la legge delega entro l’estate. Nel frattempo, 33.000 metri cubi di rifiuti radioattivi aspettano una sistemazione definitiva in 62 depositi temporanei sparsi per la penisola. È il paradosso di una corsa che ignora ciò che resta delle centrali spente trentasei anni fa — un’eredità di cui parla anche l’inchiesta de La Nuova Ecologia sull’eredità radioattiva italiana.

La promessa nucleare

Lo scorso maggio, fonti vicine all’esecutivo confermavano che il governo Meloni «ha lavorato su questo fin dall’inizio, dal gas release alle misure sul nucleare», come riportato da World Nuclear News. L’obiettivo dichiarato è far passare la legge delega «entro l’estate». Sarebbe il passo formale per riaprire una partita che l’Italia aveva chiuso due volte con altrettanti referendum.

Le ultime due centrali operative, Caorso e Trino Vercellese, erano state spente nel 1990. Già nel giugno 2011, il 94 per cento degli elettori respinse la costruzione di nuovi reattori. Votarono in 27 milioni, il 12 e 13 giugno, per fermare i piani del governo di allora: il secondo no popolare dopo il referendum del 1987. Numeri che oggi sembrano scoloriti nelle agende politiche, ma che restano il più chiaro mandato mai espresso dagli italiani su una scelta energetica.

Ma dietro l’annuncio di un rilancio si nasconde un passato che non passa. Perché prima di progettare nuovi reattori — o anche solo di importare tecnologie di terza generazione — resta aperto il capitolo delle scorie ereditate dalle vecchie centrali. Un capitolo che nessun disegno di legge sembra aver chiuso davvero.

L’eredità radioattiva

Quella promessa si scontra con una realtà fatta di numeri e di un confronto imbarazzante. Secondo i dati forniti dagli operatori al 31 dicembre 2023 attraverso il sistema di tracciabilità, i rifiuti radioattivi in Italia ammontano a 33.000 metri cubi, stoccati in 62 depositi temporanei. Una cifra che, aggiornata a fine giugno 2026 da Sogin e dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), si attesta intorno ai 32.000 metri cubi di materiale già condizionato o ancora in gestione, come ricostruito da Euronews.

Non sono numeri da drammatizzare, ma raccontano un’inerzia quarantennale. E mentre a Roma si preparano i decreti attuativi per le nuove tecnologie, la Finlandia ha già fatto quello che l’Italia non è riuscita nemmeno a disegnare su carta. Onkalo, sulla costa occidentale finlandese, sarà il primo deposito geologico profondo operativo al mondo per il combustibile nucleare esaurito: le prove chiave si sono concluse a marzo 2025 e l’avvio completo è previsto entro la metà del decennio. Un sito permanente, costruito a oltre 400 metri di profondità nel granito, pensato per isolare le scorie per centomila anni. Nessuna soluzione temporanea, nessun deposito di facciata.

L’Italia, al contrario, non ha ancora individuato il sito unico per il deposito nazionale: la mappa delle aree potenzialmente idonee, pubblicata dalla Sogin, è rimasta un esercizio tecnico senza copertura politica. E mentre i comuni si candidano o si oppongono, le barre di combustibile spento continuano a essere custodite in piscine e bunker provvisori a Caorso, Trino, Latina e Saluggia. L’eredità radioattiva non è un problema del passato: è un costo che pagano i territori, con la scusa che la soluzione sia dietro l’angolo da trent’anni.

Il conto in sospeso

Il deposito finlandese non è solo una notizia di cronaca industriale, è lo specchio di un’incapacità italiana. Onkalo dimostra che gestire le scorie in modo definitivo è possibile, a patto che ci siano una volontà politica stabile e un percorso trasparente di coinvolgimento locale. In Italia mancano entrambi, e ogni annuncio sul ritorno al nucleare suona come un conto che si prova a incassare prima ancora di aver pagato il debito precedente.

Il governo Meloni potrà davvero riaprire la partita nucleare senza prima chiudere quella dei rifiuti? La legge delega, se approvata, fisserà tempi e competenze. Ma nessun articolo potrà cancellare il fatto che trentatremila metri cubi di scorie aspettano ancora un sepolcro degno di questo nome. Chi si prenderà le scorie di domani se quelle di ieri sono ancora in cerca di una tomba?