La sentenza della Corte internazionale di giustizia obbliga a rivedere i conti pubblici

Quando la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che gli obblighi climatici non nascono solo dai trattati ma anche dai diritti umani e dal diritto consuetudinario, non ha solo ridefinito il diritto internazionale: ha creato una leva finanziaria che ora un rapporto quantifica in 4 trilioni di sterline per il Regno Unito. Lo scorso 7 luglio, il think tank Policy Exchange ha pubblicato un’analisi che trasforma un principio giuridico astratto in un rischio di bilancio concreto, misurabile in punti percentuali di PIL.

Dalla morale al denaro: la sentenza che ha cambiato i termini

Nel luglio 2025 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo che è stato descritto dal Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University come lo sviluppo più significativo nel diritto internazionale del clima dall’adozione dell’Accordo di Parigi. L’intera parte operativa del parere è stata adottata all’unanimità: un consenso totale che rende il documento giuridicamente granitico.

Ma è il meccanismo giuridico sotto il cofano a fare la differenza. La Corte ha stabilito che gli obblighi climatici degli Stati non si esauriscono nei trattati come l’Accordo di Parigi — strumenti flessibili, fatti di contributi volontari e revisioni periodiche. Ha ancorato questi doveri a una base più profonda e meno negoziabile: i diritti umani e il diritto internazionale consuetudinario, come confermato dall’analisi della Harvard Law School. In pratica, un paese non può sostenere di aver rispettato i propri impegni climatici solo perché ha presentato un NDC (Nationally Determined Contribution) ben scritto: se le sue emissioni storiche e attuali causano danni climatici che violano i diritti umani di altre popolazioni, la responsabilità legale scatta su un binario parallelo e indipendente dai trattati volontari.

È un cambio di paradigma tecnico-giuridico che funziona come un moltiplicatore di esposizione: ogni tonnellata di CO₂ emessa non è più solo una voce in un inventario negoziabile, ma un potenziale elemento probatorio in una causa per danni. Per chi opera nel settore energetico, significa che il rischio legale si sovrappone al rischio di mercato e al rischio fisico, creando un triangolo di esposizione che nessun modello attuariale aveva mappato completamente prima d’ora.

Il prezzo: 4 trilioni di ragioni per preoccuparsi

La risposta arriva dal rapporto pubblicato dal Policy Exchange lo scorso 7 luglio. Secondo il think tank, l’esposizione finanziaria del Regno Unito derivante dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2025 — che ha stabilito che i paesi hanno obblighi legali di prevenire danni climatici — ammonta a circa 4 trilioni di sterline. Per dare un ordine di grandezza: è più del doppio del PIL annuale britannico. Non si tratta di una multa o di una sanzione attesa, ma della stima del passivo potenziale qualora procedimenti legali internazionali basati sulla nuova dottrina della ICJ venissero avviati con successo contro Londra. Una cifra che, se anche solo parzialmente materializzata, inciderebbe su rating sovrani, costi di finanziamento del debito pubblico e capacità fiscale di investire in transizione energetica.

La tentazione del ritiro: uscire dalla giurisdizione della ICJ

Ed ecco la mossa suggerita dal think tank. Il rapporto di Policy Exchange, disponibile integralmente sul sito dell’organizzazione, raccomanda al Regno Unito di ritirarsi dalla giurisdizione obbligatoria della Corte Internazionale di Giustizia. È una proposta drastica, che equivale a disdire l’abbonamento al tribunale che ha emesso il parere. Tecnicamente, la giurisdizione obbligatoria è quel meccanismo per cui uno Stato accetta in via preventiva che la Corte possa giudicare su controversie che lo riguardano, senza bisogno di un consenso specifico caso per caso. Uscirne non cancellerebbe il diritto internazionale consuetudinario né i trattati già firmati, ma rimuoverebbe un foro competente chiave dove altri Stati o gruppi di Stati potrebbero citare il Regno Unito.

Per i player energetici — utility, sviluppatori di rinnovabili, fondi infrastrutturali con asset nel Regno Unito e nel Mare del Nord — è il segnale che le regole del gioco possono cambiare all’improvviso. Un impianto eolico offshore autorizzato oggi sulla base di un quadro regolatorio stabile potrebbe trovarsi, nel giro di una revisione politica, in un contesto dove lo Stato ospitante ha ridotto i propri impegni internazionali di decarbonizzazione, alterando i prezzi del carbonio, i meccanismi di supporto e la prevedibilità dei ricavi. La tensione tra obblighi climatici giuridicamente vincolanti e reazioni sovrane che cercano di schermarli è destinata a diventare una variabile strutturale nella valutazione del rischio-paese per gli investimenti energetici.

Per chi progetta e installa impianti di energia pulita, il messaggio è chiaro: il rischio climatico non è più solo fisico o di mercato, ma sempre più legale e sistemico. Ignorarlo potrebbe costare caro.