Quasi il 60% degli europei considera la crescita indispensabile per la società sostenibile

I numeri sono lì, scolpiti in quasi due secoli di storia industriale, e raccontano una verità scomoda: il 60% della riduzione cumulativa di CO2 da combustibili fossili tra il 1820 e il 2022 è avvenuto durante recessioni economiche, non certo nei periodi in cui il PIL saliva e i governi sbandieravano il «disaccoppiamento» tra crescita ed emissioni. Bastano cinque crisi globali — guerre, crolli finanziari, pandemie — a spiegare da sole circa il 40% di quel calo. Il green growth, l’idea che si possa produrre di più inquinando di meno, nei dati storici proprio non si vede. Eppure quasi il 60% dei cittadini dell’Unione Europea dichiara di volere più crescita, non meno. Il paradosso è servito.

La scommessa della crescita verde

L’Europa ha costruito la sua architettura climatica su un assunto che i dati smentiscono: che la transizione possa convivere serenamente con l’espansione economica. Il Green Deal, il pacchetto Fit for 55, i piani nazionali energia e clima — tutto poggia sul presupposto che innovazione tecnologica ed efficienza basteranno a piegare la curva delle emissioni senza toccare quella del PIL. Ma la storia racconta altro. Le recessioni fanno più lavoro sporco di qualunque direttiva comunitaria: quando la produzione si contrae, i consumi calano e le ciminiere rallentano, la CO2 scende. Poi l’economia riparte e le emissioni tornano a salire, magari un po’ meno, ma salgono.

Lo studio pubblicato su Nature Communications (doi:10.1038/s41467-025-58777-4) non lascia molto spazio alle interpretazioni morbide. Dal 1820 a oggi, la decarbonizzazione è stata figlia della crisi, non della pianificazione. E se cinque shock globali hanno fatto il 40% del lavoro sporco, viene da chiedersi quanto possano realisticamente incidere le policy quando l’economia tira. La domanda, a questo punto, è quasi obbligata: se i numeri del passato parlano così chiaro, cosa ne pensano oggi i cittadini europei?

I cittadini vogliono crescere, comunque

I risultati di un sondaggio pubblicato sempre su Nature Communications (doi:10.1038/s41467-026-73323-6) non lasciano spazio a equivoci. Quasi il 60% dei cittadini dell’UE ha opinioni a favore della crescita economica, ritenendola essenziale per una società sostenibile. Più della metà di queste persone ha una posizione moderata, non ideologica: non sono falchi del liberismo sfrenato, ma gente che vede nella crescita uno strumento per arrivare ad altro — lavoro, servizi, stabilità. Un terzo degli intervistati si mostra indifferente al tema, mentre meno del 10% esprime scetticismo verso la crescita. Il partito della decrescita, nei numeri reali, è una nicchia statistica.

Il dato più controintuitivo, però, è un altro: le opinioni sulla crescita non hanno alcuna associazione significativa con la preoccupazione per il clima o con il sostegno alle politiche climatiche. Tradotto: puoi essere angosciato dal riscaldamento globale e allo stesso tempo volere che l’economia corra. Non c’è trade-off, non c’è un fronte pro-crescita che automaticamente si oppone alle politiche verdi. Lo studio mostra che i paesi più ricchi e con minore disuguaglianza di reddito tendono ad avere un sostegno più basso alla crescita, ma è una correlazione, non una prova di conversione ecologista. Per la maggior parte degli europei, la crescita non è in conflitto con la sostenibilità: è il mezzo per raggiungerla. Il che, visti i dati storici sulle emissioni, pone un problema non da poco.

Il vuoto tra scienza e consenso

È qui che il racconto si fa incandescente, perché se la cittadinanza sta saldamente nel campo della crescita, il mondo della ricerca climatica guarda altrove. Già nel 2023, un sondaggio condotto da King e colleghi su quasi 800 ricercatori di politiche climatiche aveva mostrato il 73% degli intervistati allineato su posizioni di “agrowth” o “degrowth”. Solo circa il 14% esprimeva opinioni favorevoli alla crescita — una minoranza fragorosa rispetto al 60% della popolazione generale. Due universi paralleli che condividono lo stesso continente ma non lo stesso vocabolario.

Questo scollamento è più di una curiosità accademica: è una bomba politica a orologeria. Perché se quasi tre quarti degli esperti ritiene che la crescita economica e la sostenibilità siano incompatibili — o quantomeno che vadano ripensate radicalmente — ma il grosso dell’opinione pubblica non è d’accordo e anzi non vede nemmeno il conflitto, ogni politica che provi a contenere i consumi, a frenare la produzione o a imporre limiti quantitativi alle risorse nasce politicamente morta. Non c’è base sociale per la decrescita. Non c’è mandato democratico per politiche di austerity climatica. E le prospettive scettiche sulla crescita, per quanto diffuse tra chi studia il problema, non si sono ancora tradotte in un sostegno pubblico diffuso.

Il punto non è se gli esperti abbiano ragione o torto. Il punto è che la transizione ecologica, così come è stata immaginata finora, ha bisogno del consenso per funzionare. Ha bisogno che le famiglie accettino ristrutturazioni costose, che le imprese investano in tecnologie pulite senza la certezza di ritorni immediati, che i governi mettano mano a sussidi e tasse in un quadro di vincoli stringenti. Ma se la maggioranza dei cittadini vede la crescita come il motore di tutto — lavoro, welfare, sanità, pensioni — e non come il problema, qualsiasi proposta che suoni anche solo vagamente come «consumate meno» o «crescete piano» verrà rigettata alle urne. E i partiti lo sanno benissimo. Ecco perché il dibattito pubblico continua a oscillare tra due poli che non si toccano: da un lato la scienza che avverte, dall’altro la politica che promette più PIL, più occupazione, più consumi — purché verdi.

Il risultato è un continente senza bussola sociale. I ricercatori dicono una cosa, i cittadini ne vogliono un’altra, e i decisori politici provano a tenere insieme i pezzi con formule magiche — «crescita sostenibile», «transizione giusta», «decarbonizzazione competitiva» — che nei modelli matematici funzionano, ma nei bilanci reali delle famiglie e nei bilanci di carbonio del pianeta no. Intanto le emissioni, quelle vere, continuano a scendere solo quando l’economia va in affanno. E nessuno, tra Bruxelles e le capitali nazionali, sembra avere il coraggio di dirlo ad alta voce: forse la crescita che continuiamo a promettere è proprio quella che non possiamo più permetterci.