119 paesi hanno richiesto 2,8 miliardi, ma il fondo ne ha stanziati solo 250 milioni
2,8 miliardi di dollari in richieste, 250 milioni stanziati. Undici volte tanto. Il consiglio del Fondo per rispondere a perdite e danni, anziché decidere, rinvia l’approvazione. Benvenuti nel meccanismo che doveva salvare i più esposti alla crisi climatica.
La promessa
Ma facciamo un passo indietro: come siamo arrivati fin qui? Il Fondo per le perdite e i danni è stato istituito con una decisione alla COP27 di Sharm El-Sheikh, nel novembre 2022. Un anno dopo, alla COP28 di Dubai, è stato concordato lo strumento di governance. Poi il consueto valzer burocratico: a settembre 2024 arriva la selezione di un direttore esecutivo, e nell’ottobre 2025 — sette riunioni del board dopo — il Fondo adotta criteri di finanziamento, un ciclo di finanziamento e modalità di accesso, rendendo operative le Barbados Implementation Modalities, la fase di avvio. Tre anni per partorire un secchiello. E poi, finalmente, è arrivato il momento della verità.
Il conto
Poi è arrivato il momento della verità: alla scadenza del 15 giugno, la valanga di richieste ha sommerso il fondo. 119 paesi in via di sviluppo hanno presentato richieste per un totale di 2,8 miliardi di dollari. Undici volte i 250 milioni inizialmente stanziati per il BIM. Undici a uno. Non è un rapporto da aggiustare con una delibera: è un ordine di grandezza che racconta da solo l’inadeguatezza dell’intero meccanismo.
A leggere le carte, quei 250 milioni non erano mai stati pensati per coprire tutto: la fase di avvio doveva servire a testare procedure, a far rodare gli ingranaggi. Ma 119 paesi non hanno presentato richieste simboliche — hanno presentato richieste reali, stimate sulla base di danni concreti, perché le perdite e i danni da crisi climatica non fanno rodaggio. Alluvioni, siccità, innalzamento del mare, eventi estremi: chi è in prima linea non può aspettare che il board si faccia venire un’idea migliore.
Il punto è che il Fondo replica in tutto e per tutto il modello tradizionale di altri fondi climatici come il Green Climate Fund: cicli di finanziamento che approvano proposte in mesi, non in giorni, e criteri di accesso che rischiano di diventare una barriera proprio per quei paesi che avrebbero più bisogno di procedure semplici e rapide. È un cortocircuito: lo strumento pensato per rispondere all’urgenza adotta le stesse regole degli strumenti pensati per la pianificazione di lungo periodo. Poi qualcuno si stupisce che i numeri non tornino.
Di fronte a questa marea, il board ha scelto la via più prudente: rinviare.
Lo stallo
E così il board ha preferito rinviare l’approvazione delle richieste per la fase di avvio del BIM e per l’operatività del Country Support System, il nuovo meccanismo che dovrebbe aiutare i paesi a preparare le domande. Un rinvio che suona come una confessione: quei 250 milioni non bastano nemmeno per cominciare, e distribuirli adesso significherebbe fare scelte che nessuno vuole intestarsi.
Nel frattempo, il Fondo cerca sponde. Già nel febbraio 2025 ha firmato una Lettera di Intenti con l’Adaptation Fund per collaborare su preparazione, condivisione di conoscenze e mobilitazione di risorse. L’idea è buona sulla carta — mettere in comune esperienze e processi tra fondi che operano su crinali contigui — ma resta il nodo di fondo: l’Adaptation Fund finanzia l’adattamento, non le perdite e i danni già subiti. Sono due mestieri diversi, e la collaborazione non trasforma i 250 milioni del BIM in 2,8 miliardi.
La domanda a questo punto non è più tecnica — come si scrivono i criteri, come si sveltiscono i cicli di approvazione — ma politica: chi paga? I messaggi chiave che la Loss and Damage Collaboration ha preparato per la nona riunione del board, basati sul lavoro condotto finora sul Fondo, servono proprio a tenere alta la pressione perché il consiglio non si limiti a gestire l’esistente ma provi a forzare la discussione sulle risorse. Tradotto: senza nuovi fondi, il Fondo è già finito prima di cominciare.
Resta una domanda aperta: mentre i disastri non aspettano, chi paga il conto?
Il Fondo per le perdite e i danni rischia di essere l’ennesimo meccanismo che promette molto e mantiene poco. Con 119 paesi in attesa e risorse che sono una frazione del necessario, la giustizia climatica resta un miraggio.




