Quindici governi europei chiedono di rinviare al 2030 le norme sulle emissioni di metano

100 miliardi di metri cubi di metano dispersi nell’atmosfera solo nel 2025, pari a quasi 1,7 volte il consumo annuale dell’Italia. Un numero che basterebbe a far scattare qualsiasi allarme.

E invece quindici governi europei, Roma in testa, hanno appena chiesto alla Commissione di rimandare di tre anni l’entrata in vigore degli standard che quelle emissioni dovrebbero cominciare a tagliare. Nel frattempo, sette Paesi — Spagna, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Svezia — firmano una dichiarazione congiunta per rafforzare il mercato europeo del carbonio. Due spinte opposte, lo stesso continente.

La prossima revisione europea dell’Ets è attesa per il 17 luglio 2026. I sette firmatari non usano giri di parole: il sistema «rimane la pietra angolare per una transizione efficiente», e la revisione «dovrebbe quindi rafforzarlo e renderlo a prova di futuro per garantire la prevedibilità degli investimenti a lungo termine e la stabilità normativa». Parole che segnano un’asticella precisa: qualsiasi adeguamento del fattore di riduzione lineare dovrà essere coerente con l’obiettivo del 90% fissato per il 2040 e partire dal 2036.

L’Italia, che più volte aveva espresso dubbi sulla funzionalità del sistema Ets, non compare tra i firmatari. Compare invece, insieme ad altri quattordici Stati — Austria, Belgio, Bulgaria, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Svezia e Ungheria — nella lista di chi vuole rallentare. La richiesta di rinvio riguarda l’obbligo di garantire che le importazioni siano soggette a misure di contenimento delle emissioni e la comunicazione sull’intensità di metano, con prevista per il 2030. Le regole dovrebbero scattare nel 2027, i quindici le vogliono spostare al 2030.

Una firma per l’ambizione, quindici per la dilazione

La dichiarazione dei sette arriva mentre Bruxelles prepara un pacchetto energia che includerà anche un piano per l’elettrificazione e un intervento sulla tassazione dell’energia per abbassare le bollette. Ma la tensione tra chi vuole accelerare e chi frena non potrebbe essere più netta. Legambiente e WWF l’hanno definita una scelta insensata. Basta guardare i numeri per capire perché. Il metano ha un effetto climalterante 86 volte peggiore della CO2 e le emissioni dirette di metano del 2025 equivalgono a volumi di gas fossile che normalmente transitano nello Stretto di Hormuz.

Quanto costa davvero non fare nulla

Non è solo questione di clima. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che il 30% delle emissioni di metano nel settore Oil & Gas potrebbe essere eliminato a costo netto zero. Le analisi di Rystad Energy dicono che l’introduzione graduale degli standard di importazione comporterebbe un costo medio di 0,07 €/MMBtu per il gas e di 1,33 € al barile per il petrolio. Cifre che faticano a giustificare un rinvio di tre anni in nome della competitività. Legambiente e WWF Italia chiedono al Governo di sostenere l’attuazione senza rinvii del Regolamento. Ma il silenzio del MASE, al momento, resta assordante.

Da New York un segnale opposto

Mentre l’Europa si avvolge nelle sue contraddizioni, lo Stato di New York ha scelto una strada diversa. Il 14 luglio 2026 la governatrice Kathy Hochul ha firmato un ordine esecutivo che sospende i permessi ambientali per i nuovi data center iperscalabili, congelando le autorizzazioni finché lo Stato non avrà sviluppato un quadro normativo per proteggere consumatori, rete elettrica e comunità locali. Non un blocco ideologico, ma una pausa ragionata per mettere regole prima che il problema esploda. Esattamente il principio che i quindici Stati europei stanno chiedendo di ignorare: prima le infrastrutture e gli interessi commerciali, poi — forse — un argine ambientale.

La Commissione dovrà decidere se accogliere la richiesta di rinvio. Intanto, l’Europa si presenta con due volti: uno che fissa obiettivi climatici sempre più stringenti per il 2040, l’altro che posticipa gli strumenti per raggiungerli. Con quali risorse e con che tempi, nessuno lo sa ancora. Ma chi oggi chiede di rallentare dovrà spiegare ai cittadini perché le bollette possono aspettare, ma un costo di sette centesimi per unità di gas no.