New York congela i data center, Virginia scarica i costi sui giganti del cloud
Mentre lo stato di New York diventava il primo al mondo a congelare i permessi per i nuovi data center iperscalabili, quindici governi europei firmavano una lettera per rinviare di tre anni gli standard sulle emissioni di metano importato. Due emisferi, lo stesso nodo: decidere chi può espandere la propria attività senza scaricare i costi — in bolletta, nell’aria, nei conti pubblici — su tutti gli altri.
Il conto da 7,59 miliardi e chi lo pagherà
In Virginia il nodo ha preso la forma di una causa davanti alla State Corporation Commission. Dominion Energy, il principale operatore elettrico dello stato, ha chiesto di poter recuperare 1,58 miliardi di dollari di investimenti già fatti sulle linee di trasmissione. La traduzione per una famiglia tipo sarebbe un aggravio iniziale di 2,90 dollari al mese su una voce — il Rider T-1 — che già oggi vale 11,79 dollari. Ma quel conto è solo il primo strato.
Durante un altro procedimento, Dominion aveva stimato 7,59 miliardi di investimenti necessari per nuove linee di trasmissione fino al 2031. Il 68 per cento di quella cifra serve a connettere data center, da soli o insieme ad altri utenti.
È da qui che arriva l’intervento più duro del nuovo governatore democratico Abigail Spanberger: il chief energy officer da lei nominato ha presentato un deposito che per la prima volta applica a questi costi il principio “but for” — i data center paghino esattamente le linee e le sottostazioni che senza di loro non sarebbero state costruite.
Non è retorica. Spanberger aveva già modificato un disegno di legge per imporre ai regolatori di prendere «tutti i passi necessari» per proteggere i clienti residenziali dai costi di generazione e trasmissione generati dall’industria del cloud. Il deposito di queste settimane, secondo la stessa fonte della squadra di governo, costituisce la presa di posizione più netta assunta finora da Spanberger sulla partita. Nel frattempo la Commissione statale ha già creato una nuova classe tariffaria per data center, pensata per fargli coprire una fetta maggiore dei costi che provocano.
Josephus Allmond, un avvocato dei consumatori, ha scritto alla Commissione parole che suonano come un avvertimento: «Il ruolo della Commissione nel garantire investimenti giusti e prudenti è il contrappeso di base contro pregiudizi di capitale che privilegiano i profitti degli azionisti rispetto agli utenti della Virginia». Parole che non citano il clima, ma le bollette. Ed è proprio lì che si sta consumando il conflitto meno raccontato della transizione.
La moratoria che spaventa i giganti del cloud
A New York il braccio di ferro è andato ancora più in là. Il 14 luglio 2026 la governatrice Kathy Hochul ha firmato un ordine esecutivo che congela i permessi ambientali per i nuovi data center iperscalabili. Lo stato diventa così il primo negli Stati Uniti a non limitarsi a regolare, ma a fermare tutto per un anno, mentre si scrive un quadro di regole che protegga utenti, ambiente, rete elettrica e comunità locali. L’ordine è figlio di una moratoria legislativa più ampia approvata dal parlamento statale già a giugno 2026, che per molti ambientalisti resta più protettiva di quella della governatrice.
I numeri spiegano la fretta. A New York esistono già quattro data center iperscalabili attivi. Ce ne sono 39 in attesa di valutazione. E pesa un sondaggio Gallup di maggio 2026 che ha misurato un’opposizione trasversale: quasi tre quarti degli americani non vogliono questi impianti dove vivono, oltre il 60 per cento degli elettori repubblicani compresi. Se un tema mette d’accordo elettorati opposti, i governatori lo annusano prima dei think tank.
Mitch Jones, di Food & Water Watch, ha elencato in tre punti la minaccia: bollette, fornitura idrica e qualità dell’aria. Mark McManus, leader nazionale della United Association, il sindacato dei lavoratori delle tubazioni, ha risposto che la moratoria ammazza buoni lavori sindacali. Kate Boicourt, direttrice per lo stato di New York dell’Environmental Defense Fund, ha parlato di un primo passo per regole standardizzate. Ma il punto lo ha messo Darrell West della Brookings Institution: New York è uno stato che detta tendenze, e la moratoria di un anno «suggerisce che altri potrebbero seguire». I mercati del cloud, per la prima volta, vedono spuntare un confine politico.
Il lusso di rinviare il metano a 0,07 euro
Mentre due stati americani spostano i costi di infrastruttura dai cittadini alle corporation, l’Europa litiga ancora su quanto rimandare. Quindici paesi — tra cui Italia, Germania, Polonia, Austria, Bulgaria e una lista di governi che va da Riga ad Atene — hanno chiesto alla Commissione europea di spostare in avanti di tre anni l’applicazione degli standard sulle importazioni di metano. Il messaggio formale è riassunto in una richiesta firmata da tutti e quindici i governi e recapitata a Bruxelles.
La posta in gioco, a guardare i numeri, è modesta. Secondo le analisi di la stima di Rystad Energy, l’introduzione progressiva degli standard costerebbe in media 0,07 euro per milione di British thermal unit sul gas e 1,33 euro al barile sul petrolio. Cifre che si perdono nella volatilità dei mercati all’ingrosso. Eppure pesano abbastanza da convincere due terzi del Consiglio a chiedere più tempo.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il 30 per cento delle emissioni di metano nel settore oil & gas potrebbe essere eliminato a costo netto zero.
Negli Stati Uniti si cominciano a spostare miliardi di dollari di investimenti in bolletta verso chi usa l’energia in modo vorace. In Europa, 15 Stati membri chiedono di rimandare l’applicazione di vincoli che costerebbero centesimi. I due emisferi non stanno discutendo la stessa transizione: uno sta iniziando a discutere chi paga, l’altro sta discutendo se fare o meno la discussione. Il conto, in entrambi i casi, arriva lo stesso.




