Il bando del piccolo comune sardo evidenzia il vuoto di competenze nei grandi enti locali
Nel 2025 solo 50 comuni capoluogo su 109 avevano nominato un energy manager. Fluminimaggiore — 2.573 abitanti nella provincia del Sud Sardegna, non un capoluogo — ha pubblicato ieri un bando da 297.859 euro per la realizzazione di impianti fotovoltaici con sistemi di accumulo su due edifici scolastici: la scuola dell'infanzia e primaria e la scuola secondaria di primo grado. Scadenza il 9 luglio 2026. È la cartina di tornasole di una transizione energetica che avanza a due velocità: dal basso arrivano progetti concreti, mentre le istituzioni restano senza le competenze per governarli.
Il bando prevede l'installazione di pannelli fotovoltaici integrati con batterie di accumulo sulle coperture dei due plessi scolastici. L'importo — poco meno di 300mila euro — non è una cifra trascurabile per un comune di queste dimensioni. E il fatto che arrivi da un'amministrazione che non ha l'obbligo di dotarsi di un energy manager — la normativa lo impone solo ai comuni con più di 50mila abitanti — rende il caso ancora più significativo: l'iniziativa locale sta colmando un vuoto che le istituzioni più grandi faticano a riempire.
Un bando da 300mila euro dove non ti aspetti
Il contrasto è netto. Metà dei capoluoghi italiani — città come Milano, Napoli, Torino, ma anche centri medi con risorse e personale — non ha ancora nominato la figura che dovrebbe coordinare la pianificazione energetica locale. Fluminimaggiore, che capoluogo non è, ha invece prodotto un bando dettagliato per portare il fotovoltaico con accumulo sulle scuole del paese.
Non è un dettaglio tecnico. Gli impianti con accumulo consentono di immagazzinare l'energia prodotta durante le ore di sole e utilizzarla quando serve — per esempio al mattino presto o nel tardo pomeriggio, quando le scuole sono aperte ma l'irraggiamento è minore. Significa meno prelievi dalla rete e bollette più leggere per il comune. Significa anche che l'edificio scolastico diventa un nodo attivo del sistema energetico locale, non solo un punto di consumo. Ma per progettare, bandire e realizzare un intervento del genere servono competenze che molti enti locali non hanno.
Perché proprio Fluminimaggiore, allora? Perché un comune segnato da decenni di crisi ha deciso di investire proprio ora in questa direzione?
Il fantasma della miniera e l'ombra della Consulta
La risposta sta nella storia del paese. La crisi mineraria che ha colpito la Sardegna a partire dalla fine del Novecento ha svuotato Fluminimaggiore: disoccupazione crescente, emigrazione costante, un tessuto economico che fatica a rigenerarsi. Investire sulla riqualificazione energetica degli edifici pubblici non è solo una scelta ambientale: è un modo per trattenere servizi, contenere i costi e dare un segnale di prospettiva a una comunità che negli ultimi trent'anni ha visto più partenze che arrivi.
Ma c'è anche un altro elemento, più recente, che rende la scelta di Fluminimaggiore tutt'altro che scontata. Nel 2024 la Corte Costituzionale, con l'ordinanza n. 115, si è espressa su parti della legge sarda per le aree idonee, la n. 20 del 2024. Il pronunciamento ha complicato il quadro normativo regionale, creando incertezza su quali aree possano ospitare nuovi impianti rinnovabili e a quali condizioni. In un contesto giuridico ancora in evoluzione, pubblicare un bando per fotovoltaico su edifici esistenti — anziché su suolo libero — è anche una scelta di pragmatismo: si usano superfici già impermeabilizzate, si evitano conflitti sull'uso del territorio e si aggira l'impasse normativa.
L'Italia senza energy manager
Se un comune di 2.500 abitanti riesce a progettare un bando di questa complessità, cosa impedisce a enti molto più grandi di dotarsi almeno delle competenze di base? La domanda non è retorica. Nel 2025, le nomine volontarie di energy manager restavano ferme a 50 comuni capoluogo su 109 e appena 10 regioni su 20. Metà delle regioni italiane non ha un funzionario dedicato alla pianificazione energetica. Tra i comuni capoluogo, il tasso di copertura è del 46 per cento.
La figura dell'energy manager — prevista dalla legge 10 del 1991 e resa obbligatoria per le amministrazioni più grandi — non è un orpello burocratico. Chi la ricopre ha il compito di monitorare i consumi, individuare gli sprechi, proporre interventi di efficientamento, seguire le procedure di finanziamento. In un paese che ha messo in pista decine di miliardi di euro tra PNRR e fondi europei per la transizione energetica, l'assenza di queste competenze a livello locale rischia di trasformare una pioggia di risorse in una sequenza di bandi deserti, progetti mal scritti, cantieri che non partono.
Il caso di Fluminimaggiore mostra che l'iniziativa può nascere anche in periferia, ma non può essere solo la periferia a muoversi. Se i capoluoghi e le regioni restano senza energy manager, il moltiplicarsi di bandi come quello sardo rischia di restare un fenomeno episodico anziché diventare la norma. La differenza tra un'anomalia virtuosa e una politica pubblica sta tutta nella capacità amministrativa di replicare, scalare, accompagnare.
Il numero da tenere d'occhio, da qui a fine 2026, è uno solo: quanti energy manager in più saranno nominati nei comuni capoluogo e nelle regioni. Senza un'inversione di tendenza, i tetti solari delle scuole — a Fluminimaggiore come altrove — resteranno una promessa incompiuta.




