Il rapporto segnala risorse abbondanti ma investimenti insufficienti per estrarle in tempo
La scorsa settimana è stata pubblicata l’edizione 2024 del Red Book, il rapporto biennale su risorse, produzione e domanda di uranio che da sessant’anni rappresenta la bussola del settore nucleare globale. Il dato che ha fatto il giro delle agenzie è questo: ci sono circa 7,9 milioni di tonnellate di uranio identificate nel sottosuolo, più che sufficienti per alimentare qualsiasi scenario di crescita del nucleare fino al 2050, anche il più ambizioso. Detta così, sembra la premessa per un sospiro di sollievo collettivo. Poi si guardano i numeri della produzione reale, lo stato delle miniere esistenti, i piani di sviluppo che restano sulla carta, e ci si accorge che il sollievo è quanto meno prematuro. L’edizione 2024 del Red Book, preparata congiuntamente dalla Nuclear Energy Agency dell’OCSE e dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, raccoglie dati da 62 paesi produttori e consumatori e proietta i fabbisogni fino al 2050. È un documento di oltre seicento pagine, e il suo messaggio di fondo è un paradosso: l’uranio c’è, ma nessuno sta scavando abbastanza in fretta per tirarlo fuori.
La contraddizione del Red Book
Il rapporto non si limita a fotografare lo stato dell’arte. Offre proiezioni della capacità di generazione nucleare e dei requisiti legati ai reattori fino al 2050, e lo fa in un momento in cui il nucleare è tornato nei piani energetici di dozzine di governi. Eppure, stando allo stesso rapporto, le risorse di uranio identificate a livello globale basterebbero sia per gli scenari di crescita bassa sia per quelli di crescita alta. Il problema non è geologico, è finanziario. Gli investimenti in nuove esplorazioni, operazioni minerarie e tecniche di lavorazione sono in ritardo cronico, e senza decisioni tempestive quelle tonnellate resteranno esattamente dove sono: sottoterra.
Ma non è sempre stato così. Per capire la portata della sfida, basta guardare all’evoluzione del rapporto stesso.
Sessant’anni di illusioni atomiche?
Il Red Book è nato nel 1965 come un fascicolo di ventidue pagine, con undici rapporti nazionali. Oggi è una pubblicazione di oltre seicento pagine, con sessantadue paesi che contribuiscono con i loro dati — alcuni per la prima volta in assoluto. La trentesima edizione del rapporto segna il sessantesimo anniversario della sua istituzione come punto di riferimento riconosciuto per il settore. In sei decenni, ha documentato l’espansione della capacità nucleare globale: dai ventinove reattori del 1965 ai 438 del 2022. Ha registrato promesse, battute d’arresto, rilanci e nuove paure. Ha attraversato Chernobyl e Fukushima, l’entusiasmo post-petrolifero degli anni Settanta e il disincanto degli anni Novanta. E ora si ritrova a certificare una verità scomoda: le risorse ci sono, ma gli investimenti non sono mai stati così incerti.
Oggi la scommessa si rinnova. I piani di decarbonizzazione spingono per un rilancio del nucleare, ma le proiezioni ottimistiche cozzano con la realtà degli investimenti. La domanda che il Red Book non può eludere è la stessa che tormenta i consigli di amministrazione delle società minerarie: chi paga per trasformare le risorse geologiche in combustibile per i reattori?
Chi scaverà il prossimo chilo di uranio?
Qui si entra nel vivo della questione. Il Red Book 2024 e i rapporti complementari del settore convergono su un punto: le risorse di uranio sono sufficienti per soddisfare la domanda nello scenario superiore fino al 2040. A dirlo non è solo la coppia NEA-IAEA. Lo conferma anche il World Nuclear Fuel Report 2025 della World Nuclear Association, che però aggiunge un corollario decisivo: servono ulteriori investimenti e decisioni tempestive per aumentare la produzione. Il condizionale, in questo caso, non è una sfumatura retorica. È il cuore del problema.
Il settore minerario dell’uranio ha una peculiarità che lo distingue da altre commodities: i tempi tra la scoperta di un giacimento e la prima colata di yellowcake sono lunghissimi. Si parla di dieci, quindici anni, a volte di più. Tra permessi, valutazioni ambientali, infrastrutture e finanziamenti, il ciclo è talmente esteso che qualsiasi decisione presa oggi produrrà uranio commerciabile ben oltre il 2035. E il mercato, nel frattempo, si sta restringendo. Le miniere operative sono concentrate in una manciata di paesi; la capacità produttiva è in calo da anni; i prezzi, pur se in ripresa, non bastano a convincere gli investitori privati a scommettere su nuovi progetti. Senza un segnale chiaro da parte dei governi — impegni di acquisto a lungo termine, garanzie pubbliche, partnership industriali — il rischio è che la filiera si inceppi proprio quando i reattori avranno più bisogno di combustibile.
La finestra per agire si sta chiudendo, e non è una metafora. Ogni anno che passa senza nuovi cantieri aperti è un anno che allontana l’offerta dalla domanda. I dati dell’IAEA e della NEA dicono che investimenti tempestivi in esplorazione, operazioni minerarie e tecniche di lavorazione sono essenziali per garantire che l’uranio arrivi sul mercato quando serve. Ma dicono anche che, al momento, quei fondi non si vedono. La contraddizione è tutta qui: il Red Book celebra sessant’anni di conoscenza geologica accumulata e certifica l’abbondanza delle risorse, ma non può firmare assegni né concedere licenze minerarie. Quello spetta ai governi e all’industria, e il tempo delle promesse è scaduto.




