L’impianto agrivoltaico da 291 MW ha superato il vincolo culturale apposto sul borgo nel 2023

Monteruga è un nome che sulle mappe catastali della Puglia quasi non si trova più. Borgo rurale fantasma da trent’anni, scheletro di pietra nell’entroterra salentino, è stato dichiarato d’interesse culturale dal ministero della Cultura il 4 agosto 2023. Eppure, a giugno 2026, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha concesso il via libera a un progetto agrivoltaico da 291,33 MW che porta proprio il nome di quel borgo abbandonato. Secondo il rapporto mensile di QualEnergia sugli esiti delle valutazioni ambientali, è stato il singolo progetto fotovoltaico più grande a ottenere l’autorizzazione nel mese.

La vicenda è un paradosso che merita di essere osservato da vicino, perché racchiude in sé tutte le tensioni — e le possibili vie d’uscita — della transizione energetica italiana.

Un borgo fantasma diventa centrale elettrica

Monteruga non è un terreno agricolo qualunque. È una testimonianza architettonica e sociale dell’Arneo, la vasta area di bonifica tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Spopolato da trent’anni e in stato di abbandono e degrado, il villaggio rurale è stato comunque ritenuto meritevole di tutela statale nell’agosto 2023, quando il ministero della Cultura l’ha sottoposto a vincolo dichiarandolo d’interesse culturale. Una decisione che, sulla carta, avrebbe dovuto blindare l’area da trasformazioni invasive.

E invece no. Lo scorso mese l’esito positivo di Via ha spianato la strada a un impianto che si estenderà su cinque comuni — Erchie nel Brindisino, Nardò, Salice Salentino e Veglie nel Leccese, e Avetrana in provincia di Taranto. La società proponente è Energetica Salentina Srl, controllata del Gruppo Marseglia. Il progetto prevede la convivenza tra produzione elettrica e attività agricola — il cosiddetto agrivoltaico — con pannelli sollevati da terra per consentire coltivazioni e pascolo.

La domanda che il caso solleva è inevitabile: come è stato possibile superare un vincolo culturale così recente? La risposta, prevedibilmente, non sta in una singola deroga ma in un intreccio di fattori: lo stato di abbandono del borgo, la classificazione agrivoltaica del progetto, e soprattutto la scala dell’investimento. Su 291,33 MW — come riporta la documentazione ufficiale depositata presso il portale VIA del MASE — le procedure autorizzative tendono a trovare una via anche dove progetti più piccoli si arenano.

La corsa all’agrivoltaico italiano

Dietro il caso Monteruga c’è una strategia precisa, che va letta nel contesto di una competizione sempre più accesa. Lo scorso maggio, European Energy ha avviato la costruzione di quello che viene descritto come il più grande impianto agrivoltaico d’Italia vicino a Vizzini, in Sicilia: 225,5 MW di potenza, in un’area interna dell’isola. Due mesi dopo, il progetto Monteruga lo ha già superato in capacità nominale, portando l’asticella a 291 MW. Due impianti utility-scale, due regioni del Sud, due iter autorizzativi andati a buon fine: non è più una coincidenza, è una traiettoria.

A sostenere questa accelerazione c’è anche la sponda europea. Lo scorso 10 giugno la Commissione Europea ha approvato un pacchetto di aiuti di stato da 23 miliardi di euro per l’Italia, finalizzato a installare oltre 37,15 GW di capacità rinnovabile. Una cifra che dà la misura dell’urgenza percepita a Bruxelles e della distanza che il Paese deve ancora colmare per centrare gli obiettivi del PNIEC.

Eppure, se si allarga lo sguardo oltre i grandi progetti che ce la fanno, il quadro è meno rassicurante. A giugno 2026 il fotovoltaico ha totalizzato 192,53 MW di autorizzazioni ambientali e l’eolico 167 MW, numeri che impallidiscono rispetto alla pipeline di impianti in attesa. Oltre 1.000 progetti di energia rinnovabile sono ancora fermi in Italia, bloccati da un collo di bottiglia autorizzativo che allunga i tempi del permitting ben oltre la soglia dei due anni. I grandi progetti utility-scale come Monteruga o Vizzini dispongono di risorse tecniche e legali per navigare la complessità delle conferenze di servizi, delle Sovrintendenze e delle valutazioni ambientali. Ma per gli impianti di taglia media — quelli tra 10 e 50 MW, che dovrebbero costituire l’ossatura del sistema —
la strada resta dissestata.

Sblocco o eccezione? Il nodo per chi installa

I numeri pongono un problema che chi sviluppa rinnovabili in Italia conosce fin troppo bene. Quando un singolo progetto da 291 MW basta a trainare un intero mese di autorizzazioni, il sistema non sta funzionando in modo equilibrato: sta funzionando per eccezioni. Monteruga è passato perché la scala dell’investimento ha generato la massa critica necessaria a superare ogni obiezione, compresa quella di un vincolo culturale apposto appena tre anni fa. Non tutti i progetti possono contare su questo effetto leva.

Per gli sviluppatori, la lezione è nitida: puntare in grande può pagare, perché i grandi impianti hanno la forza di sbloccare l’ingorgo burocratico. Ma questo sposta la competizione su un terreno dove solo chi ha solidità finanziaria e competenze autorizzative può giocare, mentre centinaia di progetti più piccoli restano incagliati. Il collo di bottiglia autorizzativo resta il vero trade-off di un mercato che ha bisogno di volumi, non solo di megaprogetti vetrina. E il tempo per allargare quel collo di bottiglia è adesso.