Dai diritti della foresta neozelandese ai principi Navajo per l’etica delle macchine

Nel 2014, un angolo di foresta pluviale temperata nell’Isola del Nord della Nuova Zelanda ha smesso di essere proprietà dello Stato. Con il Te Urewera Act 2014, quell’area è diventata una persona giuridica, titolare di diritti propri — non una risorsa da amministrare, ma un’entità con una soggettività che la legge deve riconoscere. Dieci anni dopo, nell’emisfero opposto, gli studenti del Diné College in Arizona chiudevano un corso di composizione inglese leggendo testi di studiose indigene su umani e macchine, e cominciavano a usare il principio Navajo di Hózhó — armonia, equilibrio, interconnessione — per costruire un’etica dell’intelligenza artificiale. Due latitudini lontanissime, un’unica traiettoria: i saperi indigeni entrano nell’architettura giuridica e tecnologica delle società che li hanno a lungo marginalizzati. Il riconoscimento, però, ha un sottofondo meno rassicurante. Sotto la superficie delle dichiarazioni di principio si apre una domanda che non è filosofica, ma di potere: chi decide cosa significa «armonia» quando la governiamo con un algoritmo o con un atto parlamentare?

Dalla foresta all’algoritmo: il riconoscimento è solo l’inizio

Il fenomeno ha ormai superato la fase del folklore accademico. Lo stesso principio Hózhó che gli studenti del Diné College — in un corso della primavera 2024 — hanno applicato alla riflessione sull’etica delle macchine, è al centro di programmi sanitari operativi. La Nazione Navajo ha incorporato i principi di Hózhó nel suo programma di prevenzione e controllo del diabete: armonia e interconnessione come strumenti di salute pubblica, non solo come patrimonio culturale da custodire. Dall’altra parte del Pacifico, la giurisprudenza neozelandese sul Te Urewera ha aperto la strada a un’innovazione legale che, almeno sulla carta, ribalta il rapporto proprietario tra esseri umani e territorio. Non è un caso isolato: il principio Māori di Kaitiakitanga — tutela e responsabilità per il benessere del mondo naturale e delle generazioni future — è sempre più citato nei documenti di policy ambientale, mentre i network di ricerca indigeni rivendicano un ruolo attivo nel disegno delle tecnologie emergenti.

Colpisce la simultaneità: da un lato la legge che attribuisce personalità giuridica a una foresta, dall’altro studenti che usano categorie epistemologiche Navajo per interrogarsi sull’intelligenza artificiale. Non è coordinamento, è convergenza spontanea di percorsi che arrivano alla stessa conclusione: le categorie occidentali di proprietà, estrazione e controllo non bastano più. Eppure, la domanda che resta aperta — e che l’articolo pubblicato lo scorso gennaio su AI and Ethics dai ricercatori Ray & Ray mette al centro — è se questa adozione di concetti indigeni non rischi di diventare l’ennesima operazione di estrazione, stavolta di principi invece che di risorse. Li chiamiamo a governare l’IA e le politiche ambientali, ma chi li interpreta? Chi li traduce in norme e codice?

Dati sacri o risorse da estrarre?

Il terreno su cui questa tensione si manifesta con più chiarezza è quello dei dati. Già nel 2015-2016, in Nuova Zelanda, veniva fondato Te Mana Raraunga, il network per la sovranità dei dati Māori, un’iniziativa che ha posto con anni di anticipo la questione di chi raccoglie, custodisce e interpreta le informazioni riguardanti le comunità indigene. L’approccio prevalente nei sistemi occidentali — misurare, aggregare, ottimizzare — mal si concilia con saperi che, come spiega l’attivista Navajo Nicole Horseherder in un reportage pubblicato in questi giorni da Mongabay, «si basano su migliaia di anni di osservazioni umane in tempo reale sui cambiamenti del paesaggio, del clima, delle stagioni, della direzione della luna e del sole». Non sono dati da estrarre e processare: sono relazioni accumulate nel tempo, incorporate nella vita quotidiana e nella lingua.

Lo sanno bene le comunità che da anni conducono rilevazioni proprie, come la First Nations and Inuit Regional Longitudinal Health Survey, costruita su principi di autodeterminazione informativa. Il punto non è rifiutare la tecnologia, ma rifiutare la logica estrattiva che la accompagna. Kaitiakitanga, in questa prospettiva, non è un’etichetta da apporre su un progetto di AI per rassicurare i finanziatori: è un vincolo concreto sulla governance, che impone di rispondere alle generazioni future per ogni decisione presa oggi. Hózhó non è un valore astratto ma un criterio operativo: se una tecnologia non promuove armonia ed equilibrio, non è accettabile. La battaglia per il controllo dei dati è, in definitiva, una battaglia per il controllo dei principi, e al momento non è affatto chiaro chi la stia vincendo.

E se il futuro della governance fosse pluralista?

Una possibile via d’uscita arriva da una proposta complementare avanzata dalla ricercatrice Kavanagh in un articolo pubblicato nei mesi scorsi su AI & Society. L’idea è un modello di governance pluralistico ispirato al Consiglio Artico, l’organismo che riunisce Stati e rappresentanti dei popoli indigeni in un processo decisionale condiviso, basato sul consenso informato e sulla pari dignità delle fonti di conoscenza. L’analogia è potente: al pari dell’Artico, i territori dove oggi si decidono le sorti dell’intelligenza artificiale e della crisi ambientale sono spazi contesi, dove convivono interessi geopolitici, economici e culturali. Un Consiglio dell’AI o dell’ambiente che includa stabilmente le voci indigene non sarebbe un gesto simbolico ma una ristrutturazione del potere.

Il modello, però, sconta un limite che le precedenti esperienze di co-gestione conoscono bene: la distanza tra il seggio al tavolo e la capacità effettiva di influenzare le decisioni. I rappresentanti indigeni nel Consiglio Artico partecipano, ma i governi mantengono l’ultima parola sulle politiche nazionali. Trasferire questo schema alla governance dell’intelligenza artificiale significherebbe chiedersi se gli Stati e le grandi aziende tecnologiche sono disposti a condividere non solo il dibattito, ma la sovranità decisionale. E su questo, al momento, non ci sono risposte.

La transizione verso una governance che integri la conoscenza indigena è iniziata, e ha già prodotto risultati concreti — una legge che riconosce i diritti di una foresta, un programma sanitario che assume l’armonia come parametro di successo, studenti che usano Hózhó per pensare l’etica delle macchine. Ma il vero banco di prova non sarà la quantità di citazioni accademiche o di dichiarazioni politiche: sarà la volontà, da parte di chi oggi detiene il controllo, di rinunciare al monopolio sulla definizione stessa di «armonia». Ai lettori, alla fine, resta una riflessione tanto semplice quanto scomoda: siamo pronti a ripensare le fondamenta del potere, o stiamo solo cercando un modo più elegante per lasciare tutto com’è?