Il 37% delle foreste incendiate nell’Ovest americano è legato ai combustibili fossili

Tre vigili del fuoco sono morti combattendo un incendio lungo il confine tra Colorado e Utah la scorsa settimana. Nelle stesse ore, il governatore Spencer Cox definiva il rogo di Cottonwood «l’incendio più distruttivo nella storia dello Stato». Pochi giorni dopo, l’incendio di Aspen Acres entrava nelle classifiche come il settimo più distruttivo nella storia del Colorado, con oltre 780 strutture danneggiate o rase al suolo. I numeri si rincorrono, le superlativi si consumano, ma la sostanza resta la stessa: l’Occidente americano brucia con un’intensità e una frequenza che non hanno precedenti nella memoria collettiva.

Non è una stagione particolarmente sfortunata. A partire dalla metà degli anni Ottanta, stando ai dati scientifici, gli Stati Uniti occidentali vengono colpiti quasi ogni anno da incendi distruttivi e spesso mortali. Il Cottonwood Fire, scoppiato attorno al 22 giugno, ha divorato circa 70.000 acri in 48 ore — un ritmo che lo ha reso subito un candidato al titolo di l’incendio più distruttivo mai registrato nello Utah. Dietro queste fiamme, però, c’è una primavera che non ha portato neve ma caldo record: l’inverno 2025-26 è stato il più caldo mai registrato nello Stato, e il manto nevoso è stato uno dei più sottili di sempre. Le condizioni ideali per un megaincendio non cadono dal cielo: sono state costruite, grado dopo grado, da decenni di emissioni.

La colpa ha un nome (e un indirizzo)

Il nesso tra combustibili fossili e incendi boschivi non è più una congettura. Un’analisi pubblicata nei giorni scorsi dall’Union of Concerned Scientists stabilisce un legame diretto: carbone, petrolio e gas sono collegati al peggioramento degli incendi in tutto l’Ovest americano. Il dato che pesa come un macigno è la percentuale di responsabilità attribuita ai grandi produttori: i principali produttori di combustibili fossili sono responsabili del 37% dell’area forestale bruciata in Occidente dal 1986. Non si parla di contributi marginali o di vaghe influenze climatiche: quasi quattro acri su dieci andati in fumo portano la firma — anzi, il logo — di aziende con bilanci e consigli d’amministrazione.

L’inverno caldo dello Utah, con la neve che non è mai arrivata, è il sintomo di una febbre planetaria che queste aziende hanno alimentato per profitto, mentre i loro dipartimenti legali e le loro strategie di comunicazione negavano o minimizzavano. Il governatore Cox può descrivere il disastro come «il più distruttivo della storia», ma la distruzione non è cominciata con una scintilla in una foresta assetata: è cominciata decenni fa nei piani industriali di chi ha scelto di immettere nell’atmosfera tutto il carbonio possibile, sapendo — o dovendo sapere — quali sarebbero state le conseguenze. La scienza ha emesso il suo verdetto, con numeri che potrebbero stare in un’aula di tribunale. La politica, invece, continua a trattare gli incendi come calamità naturali, come se la natura si fosse rivoltata da sola contro se stessa.

E adesso? Il conto da saldare

Con il 37 per cento delle foreste occidentali bruciate a causa loro, il costo non è più solo ambientale. È un costo in strutture, in infrastrutture, in evacuazioni, in sistemi di emergenza sotto stress. Ed è un costo in vite umane: i tre vigili del fuoco caduti lungo il confine tra Colorado e Utah non sono morti per un incidente sul lavoro, sono morti dentro una catena causale che qualcuno ha innescato e che nessuno ha voluto interrompere quando era possibile farlo. La domanda che resta sospesa, mentre i governatori contano i danni e chiedono fondi federali, è se qualcuno avrà il coraggio di presentare il conto a chi l’ha creato. Perché non è una questione di giustizia climatica astratta: è una partita di responsabilità civile, con dati, percentuali e un elenco di imputati che la ricerca scientifica ha già stilato.

La domanda non è se il conto arriverà, ma se i governatori avranno il coraggio di presentarlo a chi l’ha creato.