Il Veneto produce metà dell’energia che consuma, con 2,4 GW di progetti solari bloccati in attesa

A febbraio era già tardi. La Direttiva europea RED III imponeva agli Stati membri di designare zone di accelerazione RED III entro il 21 febbraio 2026. Siamo a luglio e la mappa delle aree italiane per le rinnovabili è ancora un mosaico di mezze misure, con qualche eccezione regionale che prova a muoversi in ordine sparso. Ieri, nel commento a un articolo pubblicato la scorsa settimana su corsie agevolate per il fotovoltaico, un lettore chiedeva: «Avete notizie del Piano sulle Aree Idonee presentato oggi in regione?». Una domanda che sintetizza lo stato dell’arte: si discute, si annuncia, ma la trasparenza latita e i numeri raccontano una distanza preoccupante dagli obiettivi del 2030.

Zone di accelerazione: pochi si muovono, l’Europa ha già bussato

La Direttiva RED III non è un suggerimento. È un atto vincolante che chiedeva a tutti i Paesi membri di individuare sul territorio nazionale specifiche zone dove accelerare le procedure autorizzative per gli impianti da fonti rinnovabili. La scadenza del 21 febbraio è passata da quasi cinque mesi senza che l’Italia, nel suo complesso, abbia completato il disegno. In questo vuoto, due regioni hanno rotto gli indugi: Zone di Accelerazione in Liguria e Veneto sono le prime a essere state designate, anticipando di fatto lo Stato centrale. Lo scorso maggio, le due amministrazioni hanno cominciato a tracciare i confini di aree dove le procedure dovrebbero scorrere più veloci, con meno intoppi burocratici e tempi certi.

Ma designare sulla carta non basta. Il nodo non è solo amministrativo, è politico e logistico. La Regione Veneto ha dichiarato di puntare su aree già urbanizzate e zone di degrado per centrare l’obiettivo di 5,8 GW di impianti da fonti pulite entro il 2030, come previsto dal progetto di legge sulle aree idonee in Veneto discusso già lo scorso marzo. Superfici già compromesse, tetti di capannoni, cave dismesse, aree industriali: la scommessa è massimizzare la potenza senza consumare nuovo suolo agricolo. Una strategia che ha una sua coerenza, ma che sconta un problema di scala. Perché 5,8 GW non sono un traguardo simbolico: equivalgono a circa due grandi centrali termoelettriche da sostituire con fonti pulite in meno di quattro anni. E i tempi della macchina autorizzativa italiana, anche dentro le Zone di Accelerazione, non sono mai stati un orologio svizzero.

L’aritmetica del ritardo

Se i piani esistono, perché i numeri raccontano un’altra storia? Il Veneto soffre di un deficit energetico del Veneto che vale circa il 50% della domanda regionale di elettricità. Tradotto: la regione produce solo metà dell’energia che consuma, importando il resto da fuori confine. Non è una condizione nuova, ma diventa strutturalmente insostenibile in un quadro di decarbonizzazione accelerata e di prezzi dell’energia che restano volatili. Per colmare questo buco servirebbero proprio quei 5,8 GW promessi, ma il percorso è ingolfato. Nei giorni scorsi è emerso un dato che misura tutto lo scarto tra gli impegni e la realtà: ci sono 75 istanze di autorizzazione pendenti per impianti solari, ferme negli uffici competenti, per una potenza complessiva di circa 2,4 GW. Impianti già progettati, già presentati, già in attesa — e bloccati.

Viene da chiedersi se le Zone di Accelerazione basteranno a sbloccare questo arretrato, o se il meccanismo disegnato dalla Regione rischia di diventare l’ennesimo layer burocratico che si sovrappone ai precedenti senza sostituirli. La Direttiva RED III aveva proprio l’obiettivo di eliminare colli di bottiglia, riducendo i tempi delle procedure a non più di dodici mesi per i progetti nelle zone accelerate. Ma in Italia, tra Conferenze dei servizi, pareri paesaggistici, soprintendenze e valutazioni ambientali, il rischio è che la cornice europea venga recepita con l’aggiunta di vincoli nazionali che ne depotenziano l’efficacia. Non è un sospetto: è un copione già visto con il recepimento di altre direttive ambientali.

Il Piano nell’ombra

Ieri, 10 luglio, la Regione ha discusso il Piano sulle Aree Idonee. Ma di quella discussione, al momento, non è trapelato nulla. Nessun documento pubblico, nessuna sintesi, nessuna indicazione su tempi e criteri. La domanda affiorata nel commento – «Avete notizie del Piano?» – resta senza risposta, ed è la spia di un’incertezza che frena investimenti e alimenta scetticismo tra gli operatori. Non è un dettaglio: chi deve decidere se investire milioni in un impianto fotovoltaico ha bisogno di sapere dove potrà farlo, in quanto tempo e con quali costi autorizzativi. Ogni mese di silenzio è un mese in cui capitali e progetti restano congelati, o peggio si spostano altrove.

La transizione energetica non si misura solo in megawatt. Si misura nella capacità di un sistema-Paese di passare dagli annunci agli atti, dai target alle autorizzazioni firmate. Il Veneto ha il merito di essersi mosso prima di altre regioni, ma il deficit del 50% non si colma con le buone intenzioni. Senza un piano chiaro, condiviso e davvero operativo, quella percentuale continuerà a crescere. E a pagare, come sempre in questi casi, saranno le famiglie in bolletta e le imprese che non possono permettersi altri rinvii.