Il programma di incentivi indiano ha spinto l’assemblaggio a valle, ma non la produzione di polisilicio e wafer
All’inizio del 2026, la capacità di assemblaggio di moduli fotovoltaici dell’India ha toccato quota 172 GW, trasformandosi in una fabbrica solare globale. È un numero da primato, che proietta il Paese fra i grandi del solare mondiale. Ma il numero che smaschera il paradosso è un altro: 3,3 GW. È la capacità di polisilicio indiana, il materiale semiconduttore da cui tutto ha origine. A monte dei moduli, nella filiera che trasforma la sabbia in pannelli, l’India resta un nano. Bastano questi due dati per smontare l’idea di un’India solare autonoma: dietro i 172 GW di moduli c’è una dipendenza quasi totale dalla Cina, che ancora produce oltre l’80% dei componenti solari mondiali e, secondo la Agenzia Internazionale dell’Energia, ha investito più di 50 miliardi di dollari in nuova capacità di fornitura fotovoltaica a partire dal 2011. La quota cinese in tutte le fasi di produzione — polisilicio, lingotti, wafer, celle, moduli — supera l’80%. Un dominio costruito in quindici anni che nessun programma di incentivi è riuscito finora a scalfire.
PLI: promesse e numeri reali
Di fronte a un simile paradosso, la domanda sorge spontanea: il Production Linked Incentive Scheme, il programma faro del governo indiano per l’industria solare, non doveva risolvere il problema? Il PLI ha effettivamente spinto la capacità di moduli a 120 GW e quella di celle a 29 GW, numeri che fanno dell’India il secondo assemblatore di pannelli al mondo. Ma basta salire la catena del valore per vedere il vuoto: la capacità di wafer si ferma a 5,3 GW, quella di polisilicio a 3,3 GW. Secondo l’analisi IEEFA, il programma ha raggiunto solo il 56% della capacità di moduli prevista e appena il 14% della capacità di polisilicio entro giugno 2025. E quel poco che esiste di polisilicio e wafer in India è nato esclusivamente grazie al PLI. Senza quegli incentivi, la capacità a monte sarebbe zero. Il programma ha funzionato a valle, dove serve meno tecnologia e più manodopera; a monte, dove servono impianti chimici e forni a 1.400 gradi, non ha quasi scalfito il monopolio cinese. Il motivo è strutturale: un impianto di polisilicio costa miliardi, richiede energia a bassissimo costo e competenze che si accumulano in decenni. La Cina ha costruito questo vantaggio mentre il resto del mondo comprava pannelli a prezzi stracciati.
Il prezzo dell’indipendenza
Guardare all’Europa aiuta a capire la posta in gioco. Un modulo solare prodotto nel continente con celle fabbricate localmente costa 10,3 €ct/Wp in più rispetto allo stesso modulo prodotto in Cina. Il dato arriva da uno studio di SolarPower Europe e mette a nudo il trade-off: l’autonomia ha un prezzo, e non è irrisorio. Per l’India il conto sarebbe analogo, se non più alto, considerando che i costi energetici e logistici interni non sono inferiori a quelli europei. Ma il nodo vero non sono i centesimi di euro per watt-picco: è la disponibilità stessa dei wafer. Oggi il 99% dei wafer fotovoltaici mondiali viene ancora prodotto in Cina, come ha ricordato Jochen Rentsch, responsabile del trasferimento tecnologico al Fraunhofer Institute for Solar Energy Systems. Senza wafer, non ci sono celle; senza celle, i moduli sono scatole vuote da riempire con componenti altrui. E assemblare moduli importando celle cinesi — o wafer, o polisilicio — non significa costruire autonomia energetica: significa solo spostare la dipendenza più a monte, dove è meno visibile ma altrettanto stringente.
Dietro i numeri record del solare indiano si nasconde un assemblaggio che dipende da Pechino. La vera autonomia energetica passa per i wafer, non solo per i moduli. E finché i forni del polisilicio resteranno in Cina, i 172 GW di capacità indiana resteranno un gigante dai piedi di silicio altrui.




