Il costo del carbonio entra nei magazzini e la tracciabilità etica diventa obbligatoria

In un capannone della Brianza, il responsabile acquisti fissa il monitor. Da gennaio il prezzo dell’acciaio è salito del 15%, e ora arrivano notizie di nuovi dazi e certificazioni etiche obbligatorie. Non è speculazione, né un picco temporaneo: è la nuova normalità dell’Unione europea, che nel 2026 sta ridisegnando le regole d’accesso al mercato, come documenta un’analisi pubblicata nei giorni scorsi da.

Da quella schermata parte un viaggio dentro le nuove barriere commerciali — e dentro le scelte che ogni impresa dovrà fare per non restare fuori.

Perché l’acciaio costa (molto) di più

Il primo colpo è arrivato il 1° gennaio 2026, quando il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) è entrato nella sua fase operativa definitiva. Significa che chi importa acciaio, alluminio e altri prodotti ad alta intensità di carbonio deve acquistare certificati proporzionali alle emissioni incorporate nella merce. Per un bullone o una lamiera il prezzo finale sale, e la differenza si vede in fattura.

Ma è solo l’inizio. Lo scorso ottobre la Commissione europea ha proposto di tagliare le quote tariffarie per l’acciaio del 47% rispetto ai livelli del 2024, portando i volumi esenti da dazio a 18,3 milioni di tonnellate l’anno. Per i quantitativi extra-quota, il dazio raddoppierebbe dal 25% attuale al 50%. In pratica: se un’azienda supera la soglia di importazione a tariffa zero, paga un dazio che è il doppio di quello che conosceva fino a ieri. Per chi lavora margini stretti, può fare la differenza tra restare competitivi e chiudere i conti in rosso.

E il perimetro si allarga. Dal 17 dicembre 2025, come riportato dall’International Institute for Sustainable Development, la Commissione ha proposto di estendere la CBAM a circa 180 prodotti a valle: macchinari, attrezzature, componenti per l’edilizia e prodotti per il trasporto che contengono acciaio o alluminio. Non più solo materie prime, ma anche semilavorati e prodotti finiti. Il responsabile acquisti della Brianza non deve più preoccuparsi soltanto delle lamiere: anche i telai, i componenti meccanici, i profilati già lavorati rientrano nel meccanismo. Il costo del carbonio entra dentro i magazzini, anche quando si compra un pezzo già assemblato.

Ma il prezzo non è l’unica barriera: dietro l’angolo c’è una regola che guarda dentro le fabbriche.

L’ombra del lavoro forzato sulla supply chain

Se i dazi colpiscono il portafoglio, il nuovo regolamento sul lavoro forzato colpisce la reputazione e, soprattutto, l’accesso fisico al mercato europeo. Adottato a novembre 2024 e applicabile da dicembre 2027, il regolamento vieta di immettere nel mercato dell’Unione qualsiasi prodotto realizzato con lavoro forzato, sia che venga importato, venduto online o esportato dall’UE.

La dimensione del fenomeno è enorme: secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, si stima che 27,6 milioni di persone nel mondo siano in situazioni di lavoro forzato. Dietro quei numeri ci sono filiere tessili, estrattive, elettroniche, agricole — e anche siderurgiche. Il regolamento si applica a tutti i prodotti, senza distinzioni di settore.

Qui emerge una differenza sostanziale tra Bruxelles e Washington. Negli Stati Uniti, lo Uyghur Forced Labor Prevention Act ha introdotto una presunzione di colpevolezza: le merci provenienti dalla regione autonoma dello Xinjiang sono considerate realizzate con lavoro forzato fino a prova contraria, e spetta all’importatore dimostrare il contrario. L’Unione europea ha scelto un approccio diverso: nel regolamento europeo l’onere della prova resta in capo alle autorità doganali e di frontiera. Sono loro a dover dimostrare la non conformità, non l’azienda a dover provare la propria innocenza.

Questo non significa che le imprese possano restare a guardare. Le autorità avranno bisogno di indizi, segnalazioni, dati. E una volta avviata un’indagine, i carichi possono essere bloccati in dogana per settimane, con costi di stoccaggio e ritardi che nessuna supply chain può permettersi. Chi arriva impreparato rischia fermi produttivi e danni d’immagine anche senza una sanzione formale. Per un’azienda che vende alla grande distribuzione o a clienti industriali europei, la domanda “da dove viene il vostro acciaio?” non è più una curiosità da bilancio di sostenibilità: è una condizione per continuare a lavorare.

Con lo spettro dei controlli in arrivo, la domanda è inevitabile: come si mette al sicuro la propria azienda?

La finestra per adeguarsi

La risposta non è rinviabile. Con il CBAM già in fase operativa e l’estensione a 180 prodotti a valle all’orizzonte, le imprese hanno pochi mesi per adeguare i processi di acquisto. Il regolamento sul lavoro forzato concede un po’ più di respiro — sarà applicabile da dicembre 2027 — ma mappare una filiera complessa non si fa in una settimana. Servono tempo, audit sui fornitori di primo e secondo livello, strumenti di tracciabilità, contratti che prevedano clausole di conformità verificabili.

Cominciare oggi, nel 2026, significa arrivare a fine 2027 con i documenti pronti e i fornitori già selezionati. Chi aspetterà l’ultimo mese utile si troverà in coda, con meno alternative e costi di adeguamento più alti. Il 2026, da questo punto di vista, è l’anno zero: chi inizia oggi a verificare la filiera non si farà cogliere impreparato quando le regole diventeranno esecutive.