Il costo della congestione di rete ha raggiunto 72 TWh nel 2024, in aumento del 26% rispetto al 2021
Immaginate un piccolo imprenditore di Bari che accende i macchinari come ogni mattina e trova una bolletta cresciuta del 20% senza aver consumato un kilowattora in più. O un’azienda di Verona costretta a fermare la produzione per un pomeriggio perché la tensione di rete è crollata sotto il peso della domanda. Non è fantascienza. Secondo un’analisi pubblicata lo scorso giugno da Aurora Energy Research, i volumi di gestione della congestione della rete in Europa hanno raggiunto 72 TWh nel 2024, contro i 57 TWh del 2021. Quando si parla di congestione della rete non è un tecnicismo per addetti ai lavori: è il motivo per cui alcuni produttori di energia rinnovabile vengono fermati pur avendo vento e sole a disposizione, mentre altrove si pagano centrali a gas per tenere in equilibrio il sistema. Il costo di queste manovre finisce direttamente in bolletta, anche se nessuno lo scrive in chiaro.
Quando la rete non regge più
Il salto da 57 a 72 TWh in tre anni racconta un’infrastruttura che corre con l’affanno. La congestione non è un guasto: è il sintomo di una rete pensata per un mondo in cui poche grandi centrali pompavano elettricità in una direzione sola. Oggi il flusso va anche al contrario — dai tetti fotovoltaici delle case, dai parchi eolici in mare, dai pannelli nei campi — e il sistema fatica a smistarlo. Cosa significa per un cittadino? Significa che nei momenti di picco, quando l’energia rinnovabile sarebbe abbondante, i gestori devono pagare qualcuno per non immetterla in rete, e contemporaneamente accendere fonti fossili dove serve. Il costo di questa doppia manovra si scarica sulle tariffe di tutti. L’origine del problema è sotto gli occhi di chi guarda i numeri: tra il 2015 e il 2022 la capacità eolica e solare è raddoppiata, mentre gli investimenti nella rete sono aumentati solo del 13% circa. Non serve un ingegnere per capire che i conti non tornano.
Un conto salato per tutti
Il cortocircuito non è solo tecnico, è anche finanziario. La Commissione Europea ha messo nero su bianco una cifra nel pacchetto sulle reti elettriche pubblicato a dicembre 2025: servono 1,2 trilioni di euro entro il 2040 per mettere in sicurezza le infrastrutture elettriche. Una cifra che fa tremare i polsi, ma che va letta insieme a un altro dato: il 40% delle reti di distribuzione dell’Unione Europea ha più di quarant’anni. Significa che quasi metà dei cavi, trasformatori e cabine che portano l’elettricità nelle nostre case è stato installato quando il personal computer era una novità e il fotovoltaico domestico non esisteva. Sostituire tutto questo non è un optional, e non sarà gratis. I soldi arriveranno da un mix di fondi pubblici, investimenti privati e — inevitabilmente — tariffe. Per un’impresa che consuma molta energia, l’aumento potrebbe tradursi in qualche punto percentuale in più sui costi operativi già nei prossimi tre-cinque anni. Per una famiglia, parliamo di decine di euro in più all’anno sulla bolletta, con la prospettiva che la cifra salga se i lavori non partono in fretta. Già nel 2010 il World Energy Council aveva iniziato a pubblicare il World Energy Trilemma Report, un framework del Trilemma energetico che incrocia sicurezza, equità e sostenibilità. A distanza di sedici anni, la terza gamba — la sostenibilità — ha corso più veloce delle altre due, e ora il conto si presenta. Il nodo è semplice: è più costoso investire oggi o pagare domani i blackout e la congestione? La risposta dei conti pubblici e delle bollette sarà la stessa cifra, solo spalmata in modo diverso.
La mossa degli industriali
La transizione energetica ha un costo invisibile che sta diventando visibile in bolletta. È la spesa per una rete elettrica che smetta di essere il collo di bottiglia e diventi finalmente il binario su cui far viaggiare l’energia pulita senza sprechi. Per cittadini e imprese, prepararsi a queste spese — e cogliere le occasioni che un nuovo quadro regolatorio può offrire — sarà la vera partita dei prossimi anni.




