La California ricicla ogni anno tra le 66 e le 70 milioni di libbre di film plastico. È una cifra che, detta così, può sembrare persino rassicurante. Poi si scopre che quelle 70 milioni di libbre equivalgono a un tasso di riciclo del 5 per cento, come emerso dal needs assessment presentato a metà giugno. Solo un imballaggio flessibile su venti, in California, viene effettivamente recuperato. Il resto — sacchetti per il pane, incarti di snack, buste di plastica per il caffè, pellicole per pallet — finisce in discarica, nell’ambiente o negli inceneritori. Eppure la legge californiana SB 54 impone a tutti gli imballaggi in plastica di raggiungere un tasso di riciclo del 30% entro il 2028, per poi balzare al 65% nel 2032. In altre parole: tra due anni, la California dovrebbe moltiplicare per sei la propria capacità di riciclare proprio la plastica più ostica da recuperare. È un numero che suona come una condanna.

La SB 54 è stata firmata nel giugno 2022 dopo un negoziato serrato tra legislatori, ambientalisti e industria, e resta la legge sulla responsabilità estesa del produttore più ambiziosa mai approvata negli Stati Uniti. Ma tra l’ambizione del testo e la realtà materiale della filiera californiana c’è uno scarto che ha cominciato a farsi misurare soltanto di recente, e i numeri non sono clementi.

Obiettivo 30%, realtà 5%: la forbice californiana

A maggio 2026, CalRecycle — l’agenzia statale che sovrintende alla gestione dei rifiuti — ha stimato che il tasso di riciclo degli imballaggi flessibili e dei film in California è inferiore al 5 per cento. Un dato che non sorprende chi conosce la filiera, ma che diventa esplosivo se messo accanto agli obblighi della SB 54. Il problema, del resto, non è californiano ma nazionale: il 34% del mercato statunitense degli imballaggi in plastica è fatto di film e materiali flessibili — la categoria più diffusa e, al tempo stesso, quella con le peggiori chance di essere riciclata. Secondo i dati della Recycling Partnership, solo il 2% delle famiglie americane può conferire questi materiali in un sistema di raccolta dedicato. Non c’è raccolta, non c’è trattamento, non ci sono mercati di sbocco. La plastica flessibile è ovunque, ma il suo fine vita resta un’eccezione.

Come si è arrivati a questo punto? La risposta sta in un mercato che per decenni ha premiato la plastica flessibile — leggera, economica, versatile — senza mai preoccuparsi di cosa sarebbe successo dopo l’uso. L’industria dell’imballaggio ha cavalcato la praticità del monouso flessibile, mentre la filiera del riciclo restava ancorata a bottiglie e contenitori rigidi, gli unici per cui esistevano tecnologie di separazione e riciclo sufficientemente scalabili. Il risultato è che oggi la California si trova con un obbligo di legge che impone di recuperare un terzo di tutta la plastica entro due anni, ma con un’infrastruttura che non sa nemmeno da dove cominciare per la categoria più problematica.

Un’infrastruttura inesistente per un fiume di plastica

Dietro la forbice dei tassi di riciclo si nasconde un problema ancora più concreto: la capacità materiale di gestire i rifiuti che la SB 54 stessa genererà. Le stime indicano che l’applicazione della legge potrebbe produrre tra le 400.000 e le 800.000 tonnellate di film in polietilene post-residenziale. Per dare un ordine di grandezza: è una massa compresa tra sei e dodici volte superiore a quella che la California ricicla oggi. E il sistema, semplicemente, non è attrezzato per assorbirla.

«Al momento, il sistema non è impostato per riuscire effettivamente a riciclare tutto questo», ha spiegato Shannon Bouton di Delterra. «Non ci sono abbastanza convertitori o reclaimers nella filiera per poterlo fare». La frase è tecnica ma il significato è chiaro: mancano gli impianti, mancano le tecnologie di trasformazione, manca la capacità produttiva per trattare un volume di plastica flessibile che nessuno, prima d’ora, aveva mai provato seriamente a recuperare su scala statale. La SB 54, insomma, non si limita a fissare un target: crea un flusso di materiale che l’infrastruttura esistente non può gestire, trasformando un obiettivo ambientale in quello che rischia di diventare un disastro logistico ed economico. Se non si costruiscono nuovi impianti — e in fretta — quelle tonnellate di plastica raccolta non avranno un destino diverso dalla discarica, vanificando lo sforzo a monte.

Le promesse dell’industria e il conto da pagare

Di fronte a questo scenario, le aziende del settore provano a mostrare ottimismo. Già nell’agosto 2025, PepsiCo Foods North America dichiarava che il riciclo degli imballaggi flessibili «ha iniziato a scalare in altri paesi e ora tocca agli Stati Uniti». Una frase pensata per rassicurare, ma che a sedici mesi di distanza suona più come un auspicio che come un piano. Gli “altri paesi” citati da PepsiCo hanno impiegato anni per costruire le loro filiere, e lo hanno fatto in contesti normativi e geografici radicalmente diversi dalla California. Trasferire quel modello negli Stati Uniti in due anni — il tempo che manca al primo scaglione della SB 54 — è un’operazione che non ha precedenti.

E qui si arriva al nodo centrale, quello che nessuno ha ancora sciolto: chi paga? La SB 54 è una legge sulla responsabilità estesa del produttore, il che significa che in teoria dovrebbero essere le aziende a farsi carico dei costi. Ma costruire un’infrastruttura di riciclo per centinaia di migliaia di tonnellate di film plastico richiede investimenti nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari. Finora, le iniziative annunciate dall’industria — come la US Flexible Film Initiative, che coinvolge anche General Mills e Procter & Gamble — restano progetti pilota, dimostrazioni di fattibilità. Non c’è un piano finanziario pubblico che dica con chiarezza quanti impianti verranno costruiti, dove sorgeranno, in che tempi saranno operativi e, soprattutto, chi ne sosterrà il costo tra consumatori, aziende e contribuenti.

Con 800mila tonnellate di film plastico in arrivo e un’infrastruttura quasi inesistente, la California ha due anni per trasformare un target scritto sulla carta in una filiera reale. Se fallisce, a pagare saranno soprattutto i cittadini — in bolletta, in tasse o semplicemente con l’ennesima promessa ambientale rimasta lettera morta.