In Iran scattare foto a un ghepardo con una fototrappola può costare l’accusa di spionaggio
Una fototrappola a infrarossi, innescata dal calore di un corpo in movimento nel buio del Dasht-e Kavir, cattura un frame notturno. Non inquadra una testata missilistica o un convoglio militare: mostra la sagoma affusolata di un ghepardo asiatico, Acinonyx jubatus venaticus, forse uno degli ultimi adulti rimasti al mondo. Per l’organizzazione di intelligence delle Guardie della rivoluzione, però, quelle immagini non sono dati faunistici: sono intelligence nemica. La scorsa settimana, le forze di sicurezza iraniane hanno fatto irruzione nell’abitazione di Teheran dei conservazionisti Houman Jowkar e Sepideh Kashani, sequestrato computer e dispositivi di archiviazione e li hanno arrestati — un copione già visto per chi, in Iran, studia il ghepardo asiatico.
Per capire cosa succede bisogna tornare indietro di oltre otto anni. Nel gennaio 2018, otto scienziati legati alla Persian Wildlife Heritage Foundation vengono arrestati dall’Intelligence Organization dell’IRGC nell’inverno dello stesso anno. Per quattro di loro — tra cui Houman Jowkar e Sepideh Kashani — si profila il reato di «corruzione della terra», che in Iran prevede la pena capitale. Amnesty International ha documentato prove di tortura e isolamento prolungato utilizzati per estorcere confessioni forzate. L’elemento che trasforma un biologo della conservazione in una spia agli occhi del regime sta tutto in un dispositivo: le fototrappole usate per censire il ghepardo asiatico, che secondo le Guardie della rivoluzione servivano invece a raccogliere informazioni sul programma missilistico iraniano.
Il meccanismo è tanto semplice quanto letale nella sua distorsione. Una fototrappola è un sensore passivo a infrarossi accoppiato a una fotocamera: rileva il gradiente termico di un corpo in movimento rispetto allo sfondo e scatta una sequenza di immagini. I ricercatori le dispongono lungo i corridoi ecologici, le mascherano tra le rocce, le lasciano sul campo per settimane. Ogni scatto è georeferenziato, datato, archiviato. Nel linguaggio della sicurezza nazionale iraniana, però, «georeferenziato» diventa sinonimo di «coordinate sensibili» e «archiviato» si traduce in «database per il nemico». Il cortocircuito non è solo giudiziario: è epistemologico. Ciò che per la comunità scientifica internazionale è un protocollo standard di monitoraggio della biodiversità, per l’apparato securitario del regime è una rete di sorveglianza camuffata da ricerca.
Il paradosso del ghepardo fantasma
Dietro ogni scatto di fototrappola c’è un animale che scompare nel silenzio dei dati. Meno di 30 ghepardi asiatici adulti sopravvivono in natura, secondo uno studio pubblicato nell’ottobre 2025 sul server di preprint bioRxiv. Il dato più allarmante non è però il numero assoluto, già di per sé al di sotto della soglia di vitalità genetica per un mammifero di media taglia: è l’assenza di qualsiasi evidenza riproduttiva. Nel Paesaggio Meridionale — una delle due macro-aree dove la sottospecie resiste, insieme al Paesaggio Settentrionale — non è stato osservato alcun nuovo individuo per oltre un decennio.
Ventisei, forse ventotto esemplari sparsi su un territorio che va dal Dasht-e Kavir al Parco Nazionale di Touran. Nessun cucciolo documentato, nessuna traccia di accoppiamento. La popolazione è tecnicamente senescente: invecchia senza rimpiazzo generazionale. Per i biologi della conservazione, invertire questa traiettoria richiederebbe un monitoraggio intensivo — più fototrappole, più rilevamenti sul campo, più dati. E invece, proprio quando servirebbe intensificare la raccolta di informazioni, le telecamere si spengono. Già ad aprile 2026, la conservazione del ghepardo asiatico è stata ulteriormente interrotta dalla guerra. I pochi corridoi ecologici presidiati da fototrappole e rilevamenti sul campo sono stati abbandonati, o peggio: militarizzati. Le aree protette, già sottoposte a un cronico sottofinanziamento, sono diventate zone di transito per mezzi blindati. Il deserto, che per decenni era stato il rifugio involontario dell’ultimo grande felino asiatico, ora è teatro di un conflitto che non lascia spazio alla biologia.
Il paradosso è completo: l’animale più raro del pianeta — più raro del leopardo dell’Amur, più raro della lince iberica prima del recupero — rischia di estinguersi non per mancanza di conoscenze o di strumenti, ma perché gli strumenti stessi sono stati criminalizzati. Le fototrappole che avrebbero potuto documentare una riproduzione, identificare corridoi ecologici ancora funzionanti o guidare interventi mirati di conservazione sono diventate la prova regina di un’accusa che non ha nulla di scientifico.
Cosa cambia sul campo: paura e silenzio
A parole, il regime li aveva perdonati. Nell’aprile 2024, dopo sei anni nel carcere di Evin, Jowkar e Sepideh Kashani avevano ottenuto la grazia ed erano usciti. Per due anni hanno provato a ricostruire una normalità, evitando dichiarazioni pubbliche e mantenendo un profilo bassissimo. Non è bastato. Il primo luglio scorso, le forze di sicurezza hanno sequestrato i loro dispositivi elettronici e arrestato anche Sima Kashani, la sorella di Sepideh. Lo ha confermato il loro avvocato, Hojjat Kermani.
Sul campo, l’effetto è immediato e misurabile. I ricercatori che collaboravano con la Persian Wildlife Heritage Foundation hanno sospeso ogni attività. I volontari che presidiavano i punti di avvistamento nel Dasht-e Kavir hanno smontato le attrezzature. Chiunque in Iran possieda dati GPS su fauna selvatica, schede di memoria con immagini di animali o semplicemente contatti con università straniere sta cancellando archivi, bruciando taccuini, interrompendo collaborazioni. Non è paranoia: è il calcolo razionale di chi ha visto colleghi scontare sei anni di carcere per aver scattato fotografie a un felino. La comunità scientifica internazionale, dal canto suo, ha perso l’accesso agli ultimi canali di monitoraggio diretto sul ghepardo asiatico. I dati che filtravano attraverso i ricercatori iraniani — già scarsi e intermittenti — si sono del tutto interrotti.
Le fototrappole, adesso, giacciono in un magazzino della polizia insieme ai dispositivi sequestrati. Hard disk, schede SD, ricevitori GPS: tutto catalogato come materiale probatorio. Il deserto tace. In Iran, salvare una specie è diventato un atto sospetto. L’ultimo ghepardo asiatico si sta spegnendo nel silenzio dei sensori spenti, e con esso la speranza di dimostrare che la conservazione — persino quella di un felino — può esistere senza essere scambiata per intelligence nemica.




