Il Bangladesh riprende il piano del BNP post-2024, ma la sfida resta la sopravvivenza delle piantine.
Succede anche a voi: partecipate a una piantumazione, scattano foto, passano mesi e le piantine non ci sono più. In Bangladesh questo rito ha un nome preciso — “photo-session afforestation” — ed è la lente con cui molti cittadini guardano a questo piano di piantare 250 milioni di alberi in tutto il paese nei prossimi cinque anni, reso noto lo scorso luglio. Per chi vive lì, l’annuncio di nuovi alberi non è una notizia: è un déjà vu.
Il governo ha già formato un comitato task force, guidato dal ministero dell’Ambiente, delle Foreste e del Cambiamento climatico (MoEFCC), per coordinare e monitorare il programma. La cifra, però, non nasce dal nulla: già a febbraio, la promessa di piantare almeno 250 milioni di alberi era nel manifesto elettorale del BNP, il Partito nazionalista del Bangladesh, presentato prima delle prime elezioni nazionali del paese dopo la rivolta di massa del 2024 e la caduta del governo della Lega Awami. In altre parole, un impegno da campagna elettorale è diventato programma di governo, con tanto di comitato e annunci ufficiali. E il monitoraggio, in un paese abituato alle piantagioni cerimoniali, sarà la parte più difficile.
La domanda che resta aperta, a questo punto, è la sola che conta davvero: quante di queste piantine sopravviveranno?
Perché molti di quegli alberi non li vedremo mai
Per rispondere, bisogna guardare a cosa è successo in passato con le piantagioni ufficiali. Funzionari e politici si riuniscono per piantagioni cerimoniali davanti alle telecamere e ai media, per poi vedere la maggior parte degli alberi morire di negligenza. I tassi di sopravvivenza e la copertura delle chiome restano bassi, e i benefici ecologici sono trascurabili: in pratica, l’area verde promessa non c’è. L’espressione coniata dai bangladesi è la sintesi di questo meccanismo: la foresta esiste solo nella fotografia di rito, non nel terreno.
Non è soltanto una questione di manutenzione. In passato, la piantumazione su larga scala in Bangladesh ha spesso fatto affidamento su specie esotiche a crescita rapida, in particolare Acacia ed Eucalyptus: piante in grado di riempire in fretta i conteggi, ma che non appartengono alla flora locale. Sono scelte coerenti con una logica da annuncio — si raggiungono grandi numeri in poco tempo — ma il risultato reale dipende poi da come quelle piante vengono seguite negli anni successivi. Se il passato insegna, il rischio è che si ripeta lo stesso copione: annunci, cerimonie, cifre tonde — e piantine abbandonate a sé stesse.
Il punto non è il cinismo: è che senza dati sulla sopravvivenza il numero di alberi piantati non dice nulla sulla copertura arborea reale. Un albero piantato e poi morto non contribuisce alla copertura che si voleva ottenere. La nascita del comitato di monitoraggio andrà quindi misurata sui risultati di campo, non sulle riunioni.
La lezione (modesta) del Pakistan
Il confronto più utile arriva dal Pakistan, dove un’iniziativa simile ha prodotto dati misurabili. Il programma Billion Tree Tsunami ha prodotto un aumento netto della copertura arborea di circa 300 chilometri quadrati dal suo inizio fino al 2020, pari al 6% dell’area in cui è stato realizzato. In termini pratici: su cento ettari coinvolti dal programma, sei hanno guadagnato copertura arborea netta. Non è poco, ma non è nemmeno un miracolo: è un aumento reale ma limitato, misurato su anni e concentrato su una porzione precisa del territorio.
La lezione da portare a casa è semplice: per valutare se questa volta è diverso, non basta contare le piantine messe a dimora. Servono numeri di sopravvivenza, dati sulla copertura effettiva nel tempo, informazioni sulle specie scelte. Il caso pakistano mostra quanto può essere ampia la distanza tra il numero annunciato e la trasformazione reale del territorio. È esattamente il tipo di verifica che manca ancora per il programma del Bangladesh. I tassi di attecchimento, non gli annunci, sono la vera unità di misura.
Prima di applaudire il prossimo traguardo, conviene quindi chiedere: quante di queste piante saranno ancora vive tra due anni? Per cittadini e imprese, è l’unica domanda che trasforma un annuncio in una foresta. Tutto il resto — i comitati, le cerimonie, i numeri tondi — è contorno.




