La società controllata da FNM punta su terreni di proprietà e crescita incrementale
12 megawatt. Non è un refuso: è la potenza del parco solare che ieri Viridis Energia ha inaugurato a Poviglio, in provincia di Reggio Emilia. Il giorno prima, l’iberica Iberdrola accendeva in Italia il parco Fenix da 243 MW, mentre GreenGo, altro operatore nazionale a capitale interamente italiano, comunicava di aver completato 22,6 MWp di progetti IPP. Tre numeri che nello spazio di ventiquattr’ore hanno misurato il divario tra la retorica e la realtà della corsa italiana al fotovoltaico. Dodici contro 243: il fattore è venti. Non è solo una questione di scala, è una scelta di campo precisa.
La scommessa italiana: piccoli numeri, grande strategia
E Viridis in questo scenario? La società, controllata da FNM S.p.A. (il gruppo lombardo della mobilità e dell’energia), non rincorre i gigawatt. Punta su terreni di proprietà, su una crescita incrementale e su una traiettoria che il comunicato stampa dell’inaugurazione inquadra senza giri di parole: «la nostra è una società interamente italiana che con questi investimenti, su terreni di proprietà, contribuisce al raggiungimento del fabbisogno energetico italiano con fonti interne». Non è una frase di circostanza. È un posizionamento che rovescia la logica dei grandi parchi fotovoltaici finanziati da capitali esteri: qui non si affitta il suolo a un fondo, lo si possiede e lo si attrezza.
I numeri, letti nella giusta prospettiva, raccontano una progressione concreta. Oggi Viridis può contare su un portafoglio di impianti in esercizio pari a 94 MW di potenza installata. Entro la fine del 2026, stando alle stime della società, si supereranno i 120 MW. Il tutto dentro la cornice del Piano strategico 2024-2029 del Gruppo FNM, che mette la crescita nelle rinnovabili tra i pilastri fondamentali del prossimo quinquennio. Non stiamo parlando di un annuncio politico vago: c’è un atto societario, c’è una pipeline di progetti, ci sono terreni già acquisiti. Il parco di Poviglio da 12 MWp è l’ultimo tassello, non il primo. Ma nella partita dell’indipendenza energetica, la domanda che rimane aperta è se questa via — faticosa, capillare, a proprietà integrale — reggerà il confronto con i giganti.
Indipendenza energetica: questione di scala o di proprietà?
Se Iberdrola porta potenza massiccia — 243 MW in un colpo solo, il classico impianto utility-scale che sposta gli equilibri di una provincia — Viridis rivendica il controllo del territorio. La prima può installare in pochi mesi ciò che la seconda costruisce in anni. Ma il paradosso è evidente: chi produce i megawatt non è necessariamente chi decide come e dove vengono prodotti. Iberdrola è un colosso spagnolo quotato all’Ibex-35, con interessi globali e una logica di portafoglio che guarda al ritorno sull’investimento. Viridis è una società italiana, controllata da un ente pubblico economico (FNM è partecipata da Regione Lombardia), e reinveste su terreni di cui mantiene la proprietà. Quale dei due modelli serve davvero la sicurezza energetica nazionale? La risposta non è scontata, e non sta solo nei megawatt installati.
Il PNIEC — il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che l’Italia ha inviato a Bruxelles — fissa obiettivi ambiziosi al 2030: decine di gigawatt di nuova potenza rinnovabile. Per raggiungerli, il governo conta su un mix di aste GSE, contratti per differenza e semplificazioni autorizzative. Ma il meccanismo rischia di premiare proprio i soggetti con maggiore capacità finanziaria e minori vincoli territoriali: i grandi operatori internazionali. Non è un caso che nei giorni scorsi, accanto all’inaugurazione di Fenix, GreenGo abbia portato a termine 22,6 MWp di progetti in regime IPP — impianti che producono e vendono energia sul mercato, senza incentivi, ma che restano in mani italiane. È un’altra via, intermedia, che mostra come il capitale nazionale possa competere senza necessariamente rincorrere le economie di scala iberiche.
La tensione è tutta qui: ogni megawatt installato da un operatore estero su suolo italiano contribuisce ai target, ma drena valore verso chi controlla l’asset. Ogni megawatt installato da un operatore italiano su terreni propri trattiene valore, ma cresce più lentamente. La transizione energetica — quella vera, non quella dei comunicati — non si misura solo in potenza installata. Si misura in chi, alla fine, controllerà il suolo, le connessioni di rete e i flussi di cassa della futura generazione distribuita. L’impianto di Poviglio produce energia pulita e riduce le emissioni, come da copione. Ma il suo vero messaggio è un altro: la transizione può generare valore per i territori, a patto che qualcuno decida consapevolmente di non svendere il terreno sotto i pannelli.
Mentre il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica aggiorna le statistiche e conta i gigawatt verso il 2030, la vera partita si gioca sulle regole che verranno: autorizzazioni, vincoli agricoli, criteri di asta. Vogliamo tanti piccoli Viridis, radicati, lenti ma proprietari del suolo? O pochi Iberdrola, rapidi, massicci, ma con il conto corrente all’estero? La risposta non è nei megawatt. È nelle scelte che il decisore pubblico farà — o non farà — nei prossimi mesi.




