Dal 2028 tutti i partecipanti al Vendée Globe dovranno imbarcare sensori scientifici
Lo scorso 8 luglio, UNESCO e Luna Rossa Challenge hanno rinnovato la partnership nata nel 2024 per diffondere il messaggio di conservazione degli oceani. Dietro l’annuncio, però, c’è un’evoluzione più profonda: la vela da competizione sta smettendo di essere solo una questione di scafi e foil, per trasformarsi in una piattaforma distribuita di raccolta dati oceanografici. Il punto di svolta è già scritto: dal 2028, ogni partecipante al Vendée Globe sarà obbligato a imbarcare strumenti scientifici per raccogliere dati nell’Oceano Australe, una delle aree meno osservate del pianeta. Intanto, il programma SEA BEYOND ha già portato l’alfabetizzazione oceanica in circa 8.000 scuole in 72 paesi. L’accoppiata funziona, ma vale la pena smontarla per capire cosa c’è sotto il cofano e dove stanno i limiti veri.
Dai galleggianti Argo ai sensori obbligatori: la vela come scienza
La collaborazione tra la Commissione Oceanografica Intergovernativa (IOC) dell’UNESCO e il mondo della vela non è nata con l’America’s Cup, ma nel 2014, durante la Barcelona World Race. In quell’edizione, otto equipaggi della classe IMOCA hanno schierato per la prima volta galleggianti Argo — strumenti autonomi che misurano temperatura e salinità della colonna d’acqua fino a 2.000 metri di profondità, trasmettendo i dati via satellite. È stato un test su scala ridotta: otto punti di rilascio in un oceano che ne richiederebbe migliaia. Ma ha dimostrato che gli scafi da regata potevano coprire rotte inaccessibili alle navi oceanografiche tradizionali, specialmente alle latitudini australi dove la densità di osservazioni in situ resta drammaticamente bassa.
Da quel prototipo iniziale, il salto di scala arriverà nel 2028: tutti i concorrenti del Vendée Globe saranno dotati di strumenti scientifici per una raccolta senza precedenti nell’Oceano Australe. Non si tratta più di un’iniziativa volontaria di pochi skipper sensibili al tema, ma di un requisito regolamentare integrato nella competizione. Il dato tecnico rilevante è la copertura spaziale: il Vendée Globe segue una rotta circumnavigatoria che attraversa l’Atlantico, l’Indiano e il Pacifico meridionale, tre bacini dove le campagne oceanografiche tradizionali sono rare e costosissime. Decine di imbarcazioni che percorrono simultaneamente queste rotte generano una maglia di osservazioni che nessun ente di ricerca potrebbe finanziare con navi dedicate.
Ma quanto vale un dato grezzo senza la capacità di interpretarlo e, soprattutto, di trasformarlo in consapevolezza diffusa? Qui il modello tecnico mostra il suo punto cieco: i sensori producono serie temporali di temperatura e salinità, ma la catena del valore — dalla calibrazione dello strumento alla pubblicazione su database aperti, fino alla didattica — richiede un’infrastruttura che i soli equipaggi non possono garantire.
Oltre il logo: l’alfabetizzazione oceanica entra nelle scuole
Se la raccolta dati è il lato hardware della missione, quello software è l’educazione. Ed è qui che SEA BEYOND, il programma educativo del Gruppo Prada e della IOC-UNESCO, ha già numeri che raccontano una scala diversa. Oltre 38.000 studenti hanno partecipato ai programmi di alfabetizzazione oceanica dal 2019, anno di lancio dell’iniziativa. La Global Blue School Network — la rete di scuole che integrano la conoscenza dell’oceano nei curricula — è cresciuta fino a circa 8.000 istituti distribuiti in 72 paesi. Sono cifre che spostano il baricentro dalla visibilità del logo sulla vela alla capilarità di un intervento strutturato.
Durante la 37a America’s Cup, lo scorso anno a Barcellona, l’Ocean&Climate Village ha raggiunto più di 1.000 persone tra comunità locali e scuole, un formato esperienziale che combina exhibit interattivi e sessioni formative. Non è un evento collaterale decorativo: è il banco di prova di un modello che ora si sposta a Cagliari, presso la sede di Luna Rossa al Molo Ichnusa, per una nuova edizione prevista quest’anno. I loghi UNESCO e SEA BEYOND sulle vele di Luna Rossa — annunciati a giugno 2024 — sono la punta visibile di un dispositivo che lavora sott’acqua e dentro le aule.
Il contrasto è istruttivo: da un lato, l’America’s Cup è una competizione che si gioca a colpi di foil, simulazioni fluidodinamiche e materiali compositi, con budget paragonabili a quelli di programmi spaziali minori. Dall’altro, lo stesso ecosistema — tramite il braccio educativo del Gruppo Prada — semina alfabetizzazione oceanica in decine di migliaia di studenti che probabilmente non metteranno mai piede su uno scafo IMOCA. La domanda aperta è se questo doppio binario possa reggere senza che la parte tecnico-scientifica diventi una copertura di responsabilità sociale, o se al contrario la tensione tra élite velica e diffusione capillare sia proprio il motore che dà credibilità all’operazione.
Cosa cambia per chi naviga (e per chi non ha mai visto il mare)
La convergenza tra competizione e scienza sta ridisegnando il ruolo degli equipaggi. Quando nel 2028 l’obbligo di strumentazione scatterà per tutti i partecipanti al Vendée Globe, uno skipper non sarà più solo un atleta che gestisce rotta, meteo e fatica: diventerà a tutti gli effetti un operatore di una stazione di rilevamento mobile, con protocolli di raccolta da integrare nella routine di bordo. È un cambio di profilo che la classe IMOCA sta già metabolizzando, e che potrebbe estendersi ad altre competizioni d’altura. Ma l’effetto più interessante è quello indiretto: se la Global Blue School Network continua a crescere al ritmo attuale, tra qualche anno una parte significativa degli studenti di 72 paesi avrà familiarità con i concetti di acidificazione, termoclino e correnti oceaniche — non perché li ha studiati su un manuale, ma perché li ha visti emergere dai dati raccolti da barche vere, durante regate seguite dal pubblico globale.
È qui che la partnership UNESCO-Luna Rossa smette di essere un esercizio di co-branding e diventa un meccanismo di traduzione: dai sensori sulle derive ai grafici in classe, il dato oceanico trova una via per diventare conoscenza diffusa. Resta da verificare un punto: la calibrazione degli strumenti scientifici su scafi che vibrano a 30 nodi, con foil che cavitano e carichi dinamici estremi, è una sfida metrologica non banale. Un sensore di temperatura montato su una chiglia che sbatte contro un’onda ripida produce rumore, non dati. La IOC dovrà lavorare sugli standard di installazione e validazione, altrimenti la quantità di osservazioni rischia di essere inversamente proporzionale alla loro qualità. Detto altrimenti: mille punti di misura sparsi male valgono meno di dieci stazioni ben posizionate. Ma il fatto che il problema sia ormai sul tavolo, e che un’intera classe velica si stia attrezzando per risolverlo, è già un indicatore di maturità.
L’eredità di queste partnership non sarà un trofeo, ma una generazione che legge l’oceano come il termometro del pianeta, non solo come un campo di regata.




