Permesso di prospezione pubblicato e rinnovato, ma i residenti non erano stati consultati

Il progetto Tyolomnqa Heavy Mineral Sands non è arrivato con una consultazione pubblica. È arrivato con un avviso sul Daily Dispatch, il 24 marzo scorso: i residenti dei villaggi di Phozi, Tsaba e Sandile, nel Capo Orientale, hanno scoperto così che Vendicom Minerals Beneficiation Group, società con base a Johannesburg, aveva presentato domanda di prospezione sul loro territorio. Come ricostruisce l’inchiesta di Mongabay pubblicata a fine luglio, a giugno 2026 il permesso per estrarre su un’area di cinque ettari vicino alla foce dell’estuario del Tyolomnqa era già stato rinnovato.

Quattro minerali, 800 posti e un annuncio sul giornale

L’operazione punta a estrarre quattro minerali pesanti: zirconio, rutilo, ilmenite e leucoxene. Dalla lavorazione si ricavano piastrelle di ceramica, pigmenti per vernici e il titanio per aerei, impianti medici e alcune tecnologie per le energie rinnovabili. La promessa occupazionale ha numeri precisi: secondo il documento di background della compagnia mineraria, la miniera proposta potrebbe creare 800 posti di lavoro. La postilla, però, racconta un’altra storia: di quei 800 impieghi, il 20% sarebbero ruoli «non qualificati, manovali». In cifre, 160 posti da manovale. Il resto della piramide occupazionale — tecnici, operatori specializzati, ingegneri — difficilmente arriverebbe dai villaggi a basso reddito che si affacciano sul fiume.

Il dato tecnico del progetto è chiaro: si estrae sabbia ricca di minerali pesanti in un punto delicato dell’estuario, vicino alla foce del Tyolomnqa, con un permesso già rinnovato. Quello che manca, e che il caso mette in evidenza, è il consenso di chi vive sulla terra. Non un dettaglio: un precedente giuridico e una vicenda di sangue dicono che in Sudafrica il permesso minerario non è una formalità neutra.

La sentenza Maledu e l’ombra di Bazooka

La promessa occupazionale si scontra con un precedente che viene da lontano. Nel caso Maledu & others v Itereleng Bakgatla Mineral Resources, la Corte Costituzionale sudafricana ha stabilito che il rilascio di un diritto minerario ai sensi del Mineral and Petroleum Resources Development Act del 2002 non annulla i diritti informali delle comunità tutelati dall’Interim Protection of Informal Land Rights Act del 1996, come spiega l’analisi dell’esperienza di Xolobeni. In una lettura tecnica: un permesso di estrazione non cancella il diritto di chi usa la terra senza avere un titolo formale registrato. È esattamente la condizione giuridica di molte comunità rurali sudafricane.

La legge, insomma, non è una formalità. E il costo del dissenso, in Sudafrica, è già stato pagato in sangue. Sikhosiphi “Bazooka” Rhadebe venne ucciso da due uomini che si erano finti poliziotti: lo trascinarono fuori e gli spararono otto volte davanti al figlio diciassettenne, come documenta il reportage del Guardian, pubblicato già nel 2017. Il suo assassinio resta il segno di ciò che può accadere quando i conflitti minerari non vengono risolti con consenso reale, ma con un avviso a pagamento e un permesso firmato altrove.

Se la Corte Costituzionale ha stabilito che i diritti informali resistono al permesso minerario, e se il dissenso ha già pagato il prezzo più alto, perché il progetto Tyolomnqa procede? Il nodo è esattamente questo: il formalismo del permesso — presentato, notificato via quotidiano, rinnovato a giugno — non equivale a un consenso reale. E il conto più alto tende a scaricarsi su chi vive del fiume.

Il conto per chi resta: pesce, posti e minerali critici

I residenti di Phozi, Tsaba e Sandile pescano circa 40 tonnellate di pesce all’anno nel fiume Tyolomnqa, secondo un documento governativo. È il reddito distribuito, quotidiano, che il progetto mette a rischio. La critica locale non è contro l’idea di lavoro in astratto: è sul tipo di lavoro. «In tutte e tre le aree dove intendono scavare, sarà impiegabile solo il 20% della nostra manodopera non qualificata», ha dichiarato Primrose Ndongeni, come riportato da Oxpeckers.

Il contesto globale spiega perché il progetto esista e perché sia difficile fermarlo. Il Sudafrica è il secondo produttore mondiale di minerali contenenti titanio, dietro solo all’Australia. E i minerali del gruppo del titanio hanno ottenuto una valutazione di «criticità moderata» nella Critical Minerals and Metals Strategy 2025 pubblicata dal Department of Mineral and Petroleum Resources. Non è il livello di allarme massimo, ma abbastanza perché il Paese li consideri rilevanti per le proprie catene strategiche.

Resta la domanda: un progetto che promette 800 posti ma ne lascia solo 160 non qualificati a chi vive sul posto, e che mette in bilico 40 tonnellate di pesce all’anno, è sviluppo? O è soltanto un altro capitolo di un’estrazione che corre più veloce del consenso? La sentenza Maledu dice che i diritti informali non si cancellano con un permesso. Il caso Bazooka ricorda che il dissenso è già costato la vita. Per ora, il Tyolomnqa sembra procedere come se nessuna delle due lezioni valesse per questa porzione di Capo Orientale.