Diciannove paesi africani ratificano il trattato, ma senza radar e pattugliatori le aree protette restano solo confini.

Lo scorso 17 gennaio, mentre il Biodiversity Beyond National Jurisdiction Agreement — noto come Trattato sull’Alto Mare — entrava ufficialmente in vigore, il 64% della superficie oceanica del pianeta passava sotto un unico quadro giuridico. Sette mesi dopo, al largo di Guinea Bissau, Sierra Leone e Ghana, le flotte straniere continuano a calare reti in acque che il diritto internazionale ora protegge. Il motivo non è legale: è tecnico. Manca tutto ciò che trasforma una firma su un trattato in uno strumento di controllo reale — sensori, radar costieri, droni, pattugliatori, personale formato. David Willima, ricercatore marittimo dell’Institute for Security Studies con base a Pretoria, ha raccontato a Mongabay lo scorso luglio lo stato dell’arte delle ratifiche africane: diciannove paesi hanno già aderito, ma il divario tra l’adesione formale e la capacità di sorveglianza è abissale.

L’architettura del trattato e la posta in gioco per l’Africa

L’Accordo BBNJ, che copre il 64% della superficie oceanica, è entrato in vigore il 17 gennaio 2026 dopo aver raggiunto il numero necessario di ratifiche. Non è un dettaglio tecnico: per decenni, tutto ciò che si trovava oltre le 200 miglia nautiche dalle coste — la cosiddetta zona economica esclusiva — è stato sostanzialmente terra di nessuno dal punto di vista della protezione ambientale. Il trattato introduce meccanismi per istituire aree marine protette in alto mare, condividere i benefici delle risorse genetiche marine e imporre valutazioni di impatto ambientale per le attività in acque internazionali. Per i paesi africani, l’asimmetria è storica. «Questo trattato ci ha dato la possibilità di correggere quello squilibrio», ha dichiarato Sikeade Egbuwalo, riferendosi al dominio decennale delle flotte straniere nelle acque dell’Africa occidentale. I numeri delle ratifiche lo confermano: l’Africa è il continente con il blocco più coeso di adesioni, 19 paesi a luglio 2026, tra cui Stati costieri strategici come Nigeria, Senegal, Ghana e Guinea Bissau.

Non si tratta solo di bandiere. Un comitato di coordinamento BBNJ — composto da Nigeria, Sierra Leone, Ghana, Benin, Senegal, Guinea e Guinea Bissau — sta già lavorando alla proposta di un’area marina protetta nella zona di convergenza delle correnti delle Canarie e della Guinea, un corridoio oceanico biologicamente ricchissimo che si estende ben oltre le giurisdizioni nazionali. Sulla carta, è esattamente il tipo di iniziativa per cui il trattato è stato concepito. Ma la carta, in mare aperto, ha un valore pratico prossimo allo zero senza gli strumenti per farla rispettare.

L’illusione del controllo senza sorveglianza

Qui si apre il cortocircuito. Secondo stime dell’AU-IBAR, l’agenzia dell’Unione Africana per le risorse animali, il continente perde oltre 10 miliardi di dollari all’anno a causa della pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata — la cosiddetta pesca IUU. Sono perdite conservative, precisa Willima, perché calcolate solo sul valore del pescato sottratto, senza contare i danni agli ecosistemi e alle catene del valore locali. Il paradosso è che proprio le aree candidate a diventare le prime zone protette d’alto mare sono anche quelle dove la pressione della pesca illegale è più intensa. Papa Diouf, esperto di governance marina dell’Africa occidentale, è stato inequivocabile: «In Africa occidentale non sarà affatto facile gestire le cose, perché abbiamo moltissima pesca IUU e non abbiamo la capacità di monitorare, controllare e sorvegliare». Non si tratta di una previsione pessimistica: è la descrizione dello stato attuale delle cose. I paesi della regione non dispongono di sistemi radar integrati per tracciare i movimenti delle flotte in tempo reale, non hanno droni a lungo raggio per pattugliare l’alto mare, e spesso non possono nemmeno permettersi il carburante per portare i pochi pattugliatori disponibili oltre la zona economica esclusiva.

Il meccanismo è semplice da spiegare, e proprio per questo è allarmante. Senza capacità di monitoraggio, le aree marine protette in alto mare diventano confini tracciati su una mappa che nessuno controlla. Le flotte straniere — alcune delle quali battono bandiere di comodo di paesi che non hanno ratificato il trattato — possono continuare a operare esattamente come prima. Il trattato BBNJ fornisce il quadro giuridico, ma non include un meccanismo automatico di enforcement: questo resta in carico agli Stati membri, che devono dotarsi autonomamente di infrastrutture di sorveglianza. E qui la forbice tra paesi ad alto reddito e paesi africani si allarga: mentre nazioni come la Norvegia o il Giappone investono in costellazioni satellitari dedicate al monitoraggio della pesca, i paesi dell’Africa occidentale faticano a mantenere operativi i sistemi AIS (Automatic Identification System) di base per tracciare le navi in transito.

Dalla COP alle aree protette: a che punto siamo davvero

Mentre il divario tra ambizione normativa e capacità operativa resta il nodo irrisolto, il calendario istituzionale avanza. La prima Conferenza delle Parti del trattato BBNJ è in programma per gennaio 2027 presso la sede delle Nazioni Unite, e sarà il momento in cui le proposte di aree marine protette inizieranno a prendere forma concreta. Alcuni dossier sono già stati presentati alla Conferenza Internazionale sull’Oceano: le dorsali di Salas y Gomez e Nazca, il Lord Howe Rise e il Mar di Tasman meridionale, l’Oceano Indiano sub-antartico occidentale e la Cupola Termica nel Pacifico orientale tropicale — un’area di alto mare situata lungo le principali rotte marittime verso il Canale di Panama. Per l’Africa, il banco di prova resta la convergenza delle correnti Canarie-Guinea, ma il processo decisionale è ancora agli stadi iniziali e le incognite tecniche sono tutt’altro che risolte.

Un segnale interessante arriva dal Malawi, che nelle scorse settimane è diventato il 41° paese — e l’unico paese africano senza sbocco sul mare — a sostenere una pausa precauzionale sull’estrazione mineraria in acque profonde. È una posizione che allarga il fronte dei paesi contrari allo sfruttamento minerario sottomarino prima che esistano dati scientifici sufficienti sui suoi effetti, e mostra come il dibattito sulla governance oceanica stia uscendo dalla nicchia dei soli Stati costieri. Ma la distanza tra una mozione precauzionale e una reale capacità di monitorare ciò che accade a migliaia di metri di profondità è, ancora una volta, il vero parametro da tenere d’occhio.

Senza un salto tecnologico e cooperativo — condiviso tra paesi africani e sostenuto da meccanismi di finanziamento che il trattato stesso prevede ma non garantisce — il BBNJ rischia di restare lettera morta proprio nei tratti di oceano dove servirebbe di più. Non è un problema di volontà politica: i 19 strumenti di ratifica depositati lo dimostrano. È un problema di droni, radar e capacità di pattugliamento. E quelli, al momento, non arrivano a coprire nemmeno le acque territoriali.