La proposta di tutela riguarda un’area di Kilwa con barriere già sopravvissute agli eventi di sbiancamento del 2016 e 2020

La barriera che non cede

L’impegno, formalizzato durante l’undicesima edizione della conferenza Our Ocean — la prima ospitata in Africa da quando la serie è nata a Washington nel 2014 — consiste nell’avviare il processo di designazione dell’Area Marina Protetta di Kilwa. L’estensione proposta oscilla tra 1.000 e 2.500 chilometri quadrati, un intervallo che riflette verosimilmente il negoziato ancora in corso con le comunità costiere e con i portatori di interesse del settore della pesca. Di questa superficie, 180 chilometri quadrati sono barriera corallina con comprovate caratteristiche di resilienza climatica.

Che cosa significa «climate-resilient» in un oceano che si scalda al ritmo di 0,15 gradi per decennio? In termini operativi, vuol dire che queste colonie di corallo hanno attraversato eventi di sbiancamento — probabilmente quelli del 2016 e del 2020 che hanno devastato ampi tratti della Grande Barriera australiana — senza collassare. Possono aver perso temporaneamente le zooxantelle simbionti, ma hanno recuperato copertura. Non è immunità, è tolleranza: una caratteristica che le rende serbatoi genetici preziosi per il ripopolamento di aree degradate e candidati naturali per una protezione che miri a conservare non solo la biodiversità attuale, ma anche la capacità di adattamento futura dell’ecosistema. La Tanzania non sta semplicemente delimitando un perimetro sulla carta; sta scommettendo su un’infrastruttura biologica che ha già superato stress test involontari.

Il 37% degli squali non aspetta

La risposta al perché serva muoversi in fretta arriva incrociando i numeri. Oltre il 37% delle specie di squali e razze è oggi classificato a rischio di estinzione. Sono animali a ciclo vitale lento, maturità sessuale tardiva e bassa fecondità: tre caratteristiche che li rendono particolarmente vulnerabili alla pressione antropica. Quando si perde una popolazione locale di squali del reef, il tempo di recupero si misura in decenni, non in stagioni. E la costa tanzaniana, con i suoi canali di marea e le praterie di fanerogame, è un habitat critico per specie come lo squalo pinna bianca oceanico e la razza chitarra di Zanzibar, entrambe sotto pressione in tutto l’Indo-Pacifico occidentale.

La conferenza di Mombasa è caduta in un momento in cui gli impegni internazionali premono con forza: il Target 3 del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel dicembre 2022 alla COP15 della CBD, impone di portare al 30% entro il 2030 la quota di aree marine e costiere sottoposte a protezione efficace. Oggi la copertura globale è ferma intorno all’8%. Il divario da colmare è abissale, e iniziative come quella di Kilwa rappresentano i mattoni con cui provare a costruire il ponte — sempre che la designazione formale venga accompagnata da piani di gestione con risorse adeguate e meccanismi di controllo applicabili.

La ricaduta su Kilwa Kisiwani

Non si tratta solo di squali e coralli. La gestione dell’Area Marina Protetta di Kilwa produrrebbe effetti di ricaduta positiva per un bacino stimato di 150.000 persone distribuite su 30 comunità costiere. Tra queste ci sono i villaggi che circondano Kilwa Kisiwani, l’antica città mercantile swahili che dal 1981 è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Il nesso tra protezione ecologica e benessere economico qui non è teorico: stiamo parlando di comunità per cui la pesca artigianale rappresenta la principale fonte di proteine animali e, in moltissimi casi, l’unica voce di reddito monetizzabile. Un’area marina gestita con zone a diverso grado di protezione — dalla riserva integrale alle fasce a prelievo regolamentato — funziona tecnicamente come un serbatoio di biomassa ittica che esporta esemplari adulti verso le aree di pesca adiacenti.

È il meccanismo dello spillover, ben documentato in letteratura: una porzione di oceano lasciata indisturbata produce più pesce, non meno, perché gli stock protetti crescono in taglia e fecondità, saturano la capacità portante dell’area e si espandono oltre i confini della zona protetta. Per i pescatori di Kilwa Kisiwani, questo si traduce in catture più abbondanti e di taglia media superiore appena fuori dal perimetro dell’MPA. Non è una promessa, è un effetto misurabile che le aree marine protette ben gestite documentano da decenni, dal Parco Nazionale di Cabo Pulmo in Messico alla Riserva Marina di Apo nelle Filippine.

C’è poi il capitolo del patrimonio culturale. Kilwa Kisiwani, con le sue rovine di palazzi e moschee in pietra corallina risalenti al XIII secolo, racconta la storia di una delle civiltà mercantili più sofisticate dell’Oceano Indiano precoloniale. L’erosione costiera e la degradazione degli habitat marini minacciano direttamente l’integrità fisica di questo sito. Una barriera corallina sana dissipa l’energia delle onde prima che queste raggiungano la linea di costa: è un frangiflutti naturale che protegge le infrastrutture archeologiche quanto quelle abitative, senza costi di manutenzione e con una capacità di adattamento al livello del mare che nessuna opera in cemento armato può eguagliare nel lungo periodo.

L’impegno tanzaniano a Mombasa non è stato un annuncio isolato. Madagascar e Zanzibar hanno presentato alla stessa conferenza nuovi quadri di protezione per squali e razze nelle loro acque territoriali. Ma l’Area Marina Protetta di Kilwa ha una specificità che la distingue: ancora prima di nascere, poggia su un dato di resilienza biologica verificato. La sua vera prova non sarà l’inaugurazione, sarà la capacità — anno dopo anno, ciclo di monitoraggio dopo ciclo di monitoraggio — di tradurre una designazione sulla carta in biomisura ripetibile, con le comunità locali come prime beneficiarie e primi guardiani della risorsa. Perché un ecosistema che lavora per 150.000 persone non ha bisogno di essere celebrato: ha bisogno di essere gestito.